L’uomo vive dei suoi problemi e muore delle sue soluzioni
(Nicolás Gómez Dávila, Escolios a un texto implicito)

La presenza in Italia del prof. Edward Green, direttore dell’AIDS Prevention Research Project alla Harvard University, che in questi giorni ha partecipato al ”Meeting per l’amicizia fra i popoli” di Rimini, mi spinge a completare il discorso sul culto di Condom (impostato qui), tornando sugli eventi dai quali aveva preso le mosse. Come si ricorderà, la mia passione per lo studio antropologico del culto del dio Condom è nata in occasione del viaggio del Papa in Africa – per la precisione in Camerun e in Angola -, svoltosi tra il 17 e il 23 marzo scorsi. I fatti sono noti, ma, a mesi di distanza e a mente fredda, è consigliabile ripercorrerli, per comprendere meglio gli effetti che il culto idolatrico in oggetto produce sui singoli adepti e sulle masse di fedeli.
In occasione del viaggio di andata in aereo, B.XVI accetta volentieri di rispondere ad alcune domande ‘libere’ (nel senso di non concordate in precedenza) dei giornalisti presenti. Uno di questi, Philippe Visseyrias di France 2, chiede al Papa un parere sul fatto che la posizione della Chiesa sul modo di lottare contro l’Aids in Africa venga dai più considerata “non realistica e non efficace”. Risposta:
«Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. […] Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi: sono necessari, ma se non c’è l’anima che sa applicarli non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro; la seconda, una vera amicizia, anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi.»
[qui il testo integrale della risposta - e dell'intera intervista -; qui la videoregistrazione delle parole incriminate]
Come si ricorderà, sono subito seguite innumerevoli reazioni scandalizzate: politici, ‘esperti’, opinion makers, cantanti, comici, nani e ballerine non hanno mancato di stracciarsi pubblicamente le vesti. Secondo una prassi ormai sovrana nel mondo della comunicazione, la stragrande maggioranza delle persone che sono intervenute lo hanno fatto concentrandosi solo sulle quattordici parole riguardanti i preservativi, decontestualizzandole sia rispetto al resto della risposta, sia rispetto alla specifica natura del continente alle quali erano riferite (l’Africa), sia rispetto alle prassi poste in atto per affrontare il problema dalla Chiesa o da oganizzazioni ad essa legate. Se si legge un compendio delle reazioni suscitate a vari livelli, si può notare come le critiche possano essere in gran parte ridotte a giudizi apodittici, prodotti da chi fa delle affermazioni, sentendosi esentato dall’onere della prova.
Le critiche istituzionali sono arrivate da esponenti politici di Paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Spagna, da deputati del Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea. Ad esempio, Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese ha affermato che il Papa «rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa». Prima di lui, Eric Chevallier, suo portavoce, aveva dichiarato: «la Francia esprime la sua più viva inquietudine per le conseguenze delle dichiarazioni di Benedetto XVI. [...] Anche se non è nostro compito giudicare la dottrina della Chiesa, crediamo che tali dichiarazioni mettano a rischio le politiche della salute pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana». In Belgio è stato addirittura il Parlamento nazionale ad approvare una risoluzione di protesta ufficiale, dove le dichiarazioni del Papa sono state definite «inaccettabili». Tipicamente tedesca la reazione congiunta dei due ministri del governo Merkel, Ulla Schmidt (salute) e Heidemarie Wieczorek-Zeul (cooperazione economica e sviluppo) che hanno affermato all’unisono che, nella lotta all’AIDS «i preservativi giocano un ruolo decisivo» e «salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti», e che «una moderna cooperazione allo sviluppo deve dare ai poveri l’accesso ai mezzi di pianificazione familiare e tra questi rientra in particolare anche l’impiego dei preservativi; tutto il resto sarebbe irresponsabile». Lo specchiato parlamentare europeo tedesco Daniel Cohn-Bendit ha sentenziato: «è quasi un omicidio premeditato, adesso ne abbiamo abbastanza di questo papa».

Da notare la completa mancanza di reazioni da parte dei governi africani che pure, dovrebbero essere i più colpiti dai paventati danni provocati dalle parole del B.XVI. Evidentemente gli africani sono considerati dagli europei alla stregua di soggetti incapaci di intendere e di volere e dunque bisognosi di ‘tutori responsabili’ che parlino per loro. Vale la pena ricordare forse che Francia e Belgio, in particolare, hanno una lunga tradizione di (per loro) “proficui rapporti” con l’Africa, non certo interrottasi alla fine dei processi di decolonizzazione. È quindi normale che quando si parli di Africa loro si sentano chiamati in causa in prima persona. Sarebbe stato allora interessante che i politici in questione si fossero soffermati anche su altre parole del Papa; ad esempio, quelle sui soldi che da soli non bastano, ma «sono necessari». Come ricorda Riccardo Bonacina, la vocazione filantropica di questi Paesi nei confronti degli africani appare quanto meno ‘intermittente’:
«A salire in cattedra, oggi, infatti sono stati gli stessi responsabili di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua [...] “I Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015, a partire dai livelli del 2004 – si legge nel Development Cooperation Report pubblicato in questi giorni – ma le proiezioni dell’OCSE rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi ciascun anno. I numeri sono abbastanza eloquenti: tra 2006 e 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007”.»
Come si vede, i più ‘insolventi’ sono proprio i Paesi storicamente più colonialisti che sono anche quelli da cui sono arrivate le reazioni più indignate alle parole del pontefice. Molto meglio aiutare gli africani ”in natura”, riempiendoli di preservativi… Cure gratis? Usino i profilattici e non avranno bisogno di curarsi!
È interessante constatare come il dio Condom riesca a fare il miracolo di far andare d’amore e d’accordo persino la ‘contro-informazione’ e i governi. Significativo, in questo senso, tra i molti che si potrebbero citare, l’esempio del blog di Beppe Grillo. Chi conosce lo stile del ‘comico-predicatore’ genovese può sorprendersi del fatto che su questo argomento, derogando in maniera vistosa dal suo modello di ‘teatro civile d’inchiesta’, faccia una serie di affermazioni mai supportate da alcun dato. Di fatto il contenuto del suo post, dal punto di vista argomentativo, non va al di là del titolo: Condom e così sia. D’altronde, solo la forza del culto di Condom può spiegare fenomeni altrimenti ineffabili, come il fatto che tra quelli che si sono scagliati più duramente contro il Papa ci siano coloro che odiano le multinazionali e che promuovono campagne di sabotaggio per colpirne gli interessi. Di norma, a sentirli parlare, si direbbe che le multinazionali siano il male assoluto: per loro vanno colpite e affondate. Tutte!… Salvo naturalmente quelle del dio Condom che invece vanno sostenute in ogni modo, anche quando utilizzano i soldi pubblici delle “pubblicità progresso” per trasmettere il messaggio che l’uso del loro prodotto è l’unico modo per non prendere l’Aids. Il dio Condom, d’altronde, ha per i suoi adepti il potere miracoloso di redimere chiunque. Chiunque! Persino colui del quale non si può dire che male, pena l’isolamento sociale o – in alcuni Stati – il carcere. Qui, ad esempio, si legge:
«Il Führer – in quanto socialista – naturalmente era un sostenitore dell’”emancipazione” e della lotta ai “pregiudizi sessuali borghesi”. Per questo la vendita iniziale di 25 milioni di preservativi l’anno (nel 1922), durante il Terzo Reich aumentò fino a 70 milioni di pezzi. Julius Fromm [il produttore di profilattici, di origini ebraiche] fece così issare in fabbrica le bandiere hitleriane e i ritratti di Adolf Hitler. Gli hitleriani non erano però interessati all’appoggio dato loro dal facoltoso uomo ebreo e decisero di prendersi la fabbrica. Nel 1936, nel quadro dell’aberrante politica di “arianizzazione” (“Arisierung”), Julius Fromm fu costretto a vendere le proprie fabbriche ad una certa Elisabeth Edle von Epenstein-Mauternburg, la madrina di Hermann Göring. Una volta assunto un carattere “nordico”, i profilattici divennero uno dei più importanti gadgets della cultura sessuale nazional-socialista.»

Da notare lo splendido inciso: “in quanto socialista”, che viene alla fine ribadito dalla desueta versione estesa dell’aggettivo “nazista”. Il compagno Adolf era sì il male assoluto, ma anche lui ha avuto i suoi momenti di coscienza civica!
Si dirà: facile ironizzare su politici, ‘contro-informatori’ d’accatto e comici; B.XVI è stato messo sotto accusa anche dal mondo scientifico. In effetti, tra tutte le reazioni, una delle più virulente è arrivata dalla prestigiosa rivista scientifica britannica «The Lancet». In un editoriale pubblicato sul numero uscito il 28 marzo 2009, Redention for the Pope?, si afferma che nel suo giudizio sui preservativi, il Papa «ha pubblicamente distorto le prove scientifiche» al punto che «non è chiaro se l’errore del Papa sia dovuto ad ignoranza o se sia un deliberato tentativo di manipolare la scienza».
Per uno strano scherzo del destino, nel 2000, proprio la rivista «The Lancet» pubblicò un importante studio sull’efficacia del preservativo come strumento di lotta contro l’Aids. Si tratta di Condoms and seat belts: the parallels and the lessons di John Richens, John Imrie, Andrew Copas. Imprevedibilmente, le conclusioni appaiono più in linea con le affermazioni di B.XVI che con quelle che si trovano nell’editoriale! Il punto controverso è la definizione del concetto di ’efficacia del preservativo’ in relazione a un fenomeno che nella letteratura scientifica è noto come ‘compensazione del rischio’. Da una parte è ovvio che il profilattico, sul singolo rapporto sessuale, diminuisca notevolmente la possibilità di un contagio. D’altro canto, lo studio dimostra come l’utilizzo del preservativo, proprio in virtù della sua presunta ‘infallibilità’, porti le persone ad aumentare il numero dei rapporti sessuali e dei comportamenti sessuali potenzialmente rischiosi (ad esempio moltiplicando il numero dei partner). Se quindi da un lato si guadagna in sicurezza grazie alla barriera di lattice, dall’altro si perde, proprio in funzione della presunta “efficacia assoluta” della barriera medesima.

Nel caso dell’Africa, dove – come già si diceva nell’altro post -, per una serie di motivi climatici, sociali e culturali, l’efficacia della barriera di lattice si riduce notevolmente, anche se gli studiosi non sono concordi sull’entità di tale riduzione. Nel caso di un corretto utilizzo, i più ‘ottimisti’ parlano di un 90% di efficienza, mentre i più ‘pessimisti’ sostengono che essa sia di poco superiore al 70%. Per una buona parte degli studi, il valore sarebbe quantificabile in un 80%. Il che può far comprendere il motivo per cui, in Africa, la bilancia tra la riduzione a l’aumento dei rischi, penda decisamente da quest’ultima parte. Chi non avesse particolare dimestichezza con le percentuali può riflettere sul fatto che, in media, il preservativo non può impedire che il virus venga trasmesso dopo cinque rapporti sessuali. Anche volendo, per assurdo, prescindere dal fondamentale discorso della ‘compensazione del rischio’, si dovrebbe prendere atto che il preservativo è in grado al massimo di rallentare l’epidemia, non certo di sconfiggerla. D’altro canto, sarebbe interessante capire se i fautori del dio Condom, ad esempio, salirebbero mai su un aereo che una volta su cinque non arriva a destinazione.
Quando il Papa parla di “aumento del problema” si riferisce non tanto o non solo al preservativo in sé, ma al culto di Condom, cioè a come il profilattico viene promosso, distribuito e ‘venduto’, spacciandolo per rimedio sicuro e promessa di felicità. Se ci si affida completamente e unicamente al profilattico e alle campagne pubblicitarie che ne incoraggiano l’uso, il rischio di contagio aumenta.
D’altronde le affermazioni di B.XVI non riguardano concetti astratti, ma situazioni reali e, come tali, sono verificabili. Ciò che mi ha colpito sin dal primo momento è che in tutte le dichiarazioni di coloro che hanno polemizzato contro di lui non ho letto una sola citazione di uno studio che dimostri che in qualche Paese africano il semplice aumento del consumo di profilattici abbia portato ad una diminuzione del numero di persone infettate dal virus dell’Hiv (le ‘evidenze scientifiche’ citate sono legate solo all’efficacia ‘meccanica’ dei profilattici). Se le affermazioni del Papa sono davvero “insensate e criminali” c’è un modo sicuro per verificarlo. Siccome la Chiesa in questo campo fa quello che dice, nel senso che mette in pratica la ‘ricetta’ evocata da B.XVI nell’intervista, basta analizzare l’evoluzione della malattia negli Stati africani a più alta concentrazione di fedeli cattolici. Se il Papa ha torto, in quesi Paesi la diffusione dell’Aids negli ultimi anni dovrebbe essere molto aumentata, a causa dell minore utilizzo di preservativi.
Questi dati quantitativi – a suo tempo pubblicati on-line dal sito tedesco kreuz.net e ripresi nei blog di Guido da Cocconato e Roberto Manfredini -, al contrario, evidenziano in modo inequivocabile che i Paesi nei quali si registra la più alta percentuale di cattolici, sono quelli con la più bassa percentuale di infetti!
Complementarmente, altri dati dimostrano che i Paesi africani nei quali si sono distribuiti più preservativi, sono quelli nei quali aumenta il numero di malati di Aids.
I due Paesi che rappresentano i casi estremi sono interessanti case studies.
Lo Swaziland è uno degli Stati africani con la più bassa percentuale di cattolici (5%); d’altro canto è anche uno dei Paesi africani dove sono stati spesi, in proporzione, più soldi in preservativi e campagne di promozione e informazione. Il risultato è l’agghiacciante dato che vede la percentuale di persone infette superare ampiamente il 40%. Poiché i ‘devoti di Condom’ non hanno altro dio all’infuori di lui, la spiegazione che viene da loro data all’aumentare del numero dei malati è che i preservativi non sono presenti sul territorio in numero sufficiente e non sono abbastanza “popolari” tra gli autoctoni (cosa sicuramente vera; il problema è comprendere il perché…).

In Uganda invece è presente un’alta percentuale di cattolici (36%), suportata da un’altrettanto importante presenza di cristiani protestanti evangelici che seguono una morale sessuale in tutto e per tutto simile a quella promossa dalla Chiesa cattolica. In questo Paese, è stata promossa dalle chiese e dalle organizzazioni cristiane – sia cattoliche che evangeliche – e sostenuta dal governo del presidente Yoweri Museveni una strategia per combattere l’Aids, denominata ABC. Dove A sta per Abstinence (Astinenza), B per Being faithful (essere fedeli) e C per Condom use. Come si vede l’uso del preservativo non è escluso a priori, ma considerato l’extrema ratio, essendo una via meno sicura per evitare il contagio rispetto alla castità e alla fedeltà coniugale. L’efficacia di questa strategia può essere definita straordinaria, ove si pensi che in Uganda all’inizio del percorso, nel 1987, la percentuale di persone contagiate dal virus dell’Hiv era del 21% e che nel 2000 questa era scesa al 6,4%! Oggi il valore si sta avvicinando al 3% ed è quindi in linea con quello dello Stato di Washington, cioè il luogo sulla terra in cui si consumano più profilattici. Questo grande risultato, dovuto a un radicale cambiamento degli stili di vita ottenuto soprattutto grazie all’azione coordinata delle ‘agenzie educative’ laiche e religiose, è costato all’Uganda circa 23 centesimi di dollaro pro capite.
Il caso dell’Uganda è significativo anche per mostrare, una volta di più, la natura tribale e la cieca intolleranza che contraddistinguono il comportamento degli adepti del dio Condom. Nel 2005 infatti, quando i risultati della campagna ABC erano già stati ampiamente confermati da studi scientifici, l’ONU, nella persona del suo “rappresentante speciale per l’Aids” Stephen Lewis, mise sotto accusa il governo ugandese, sospendendo l’erogazione dei contributi per la lotta contro il contagio dell’Hiv. I capi d’accusa formulati da Lewis contro l’Uganda – ripresi e sostenuti dai maggiori quotidiani liberal occidentali – erano:
«penuria di profilattici distribuiti gratuitamente che avrebbe costretto i consumatori a ricavare condom di fortuna da sacchetti di plastica per l’immondizia(!), caro-prezzi dei profilattici in vendita, negazione delle informazioni sull’utilizzo dei condom ai bambini delle scuole elementari(!), eccessiva pubblicità delle campagne per l’astinenza sessuale promosse da Janet Museveni»

Per la cronaca, la first lady Janet Musaveni, una cristiana evangelica piuttosto grintosa, fece affiggere nelle città del Paese dei manifesti in cui si affermava che l’efficacia del profilattico era solo dell’80% e che di conseguenza l’unico modo per esser certi di non essere contagiati era la castità. Come fece notare Rodolfo Casadei:
«Inutilmente ministri e ambasciatori ugandesi hanno cercato di spiegare che la penuria c’era stata a causa del ritiro dal mercato di un prodotto che presentava seri problemi, che 65 milioni di profilattici erano nel frattempo diventati disponibili e altri 80 milioni sarebbero arrivati. Avendo fatto l’errore di premettere alle loro dichiarazioni che “sì, noi riconosciamo che i condom riducono il rischio ma riconosciamo anche che non lo eliminano”, e avendo dietro di sé un presidente come Yoweri Museveni che al summit dell’Onu sull’Aids a Bangkok nel 2004 aveva detto di preferire “relazioni ottimali basate sull’amore e la fiducia alla diffidenza istituzionalizzata, che è l’ambito del condom”, sono stati trattati come mentecatti. Le Monde ha sentenziato che il successo dell’Uganda nel ridurre il tasso di positività dal 15 per cento degli adulti nel 1992 al 6 per cento di oggi, unico paese africano fino ad oggi a riuscire nell’impresa, “si fonda sull’utilizzo dei preservativi”.»
Ciò a ulteriore dimostrazione di come l’unica preoccupazione dei condomiti sia quella di glorificare il loro dio e diffonderne il culto, a prescindere dal fatto che i profilattici siano o meno efficaci nel contrastare l’Aids! Se poi la realtà dimostra che Condom è inefficiente, allora essa va travisata o taciuta. Quando ciò è impossibile si dirà che Condom ci punisce perché non si crede abbastanza in lui.
Si comprendoro meglio, allora, le parole che il prof. Green ha recentemente pronunciato al Meeting di Rimini (e riportate dall’agenzia Zenit) e nelle interviste rilasciate a margine del suo intervento (qui si farà riferimento a quelle pubblicate da Tempi.it e da ilsussidiario.net):
«La diffusione dell’AIDS nel mondo sta diminuendo e il tasso di nuove infezioni sta scendendo ormai da circa undici anni. Questa discesa è stata finalmente riconosciuta da UN AIDS nel 2007. Il continuare ad affermare che la diffusione dell’AIDS diventava sempre peggiore serviva a ottenere sempre più soldi (in effetti, l’AIDS in Africa raggiunse il suo picco attorno al 2000). Vi sono tuttavia alcuni Paesi in cui l’AIDS continua a crescere e gli Stati Uniti sono tra questi. E così l’America [e, direi, non solo lei...] continua a presentare agli africani il proprio metodo, a dir loro cosa debbono fare, e noi non abbiamo risolto il problema nel nostro Paese. Dovremmo invece andare in ginocchio in Uganda a imparare. Vi sono altri Stati in Africa in cui l’AIDS continua a diminuire, come Zambia, Kenya, Zimbabwe, Etiopia, Malawi, e in ognuno di questi casi la proporzione di uomini e donne che dichiarano di avere più di un partner sessuale è diminuita significativamente qualche anno prima che si riscontrasse la discesa nella diffusione della malattia.»
Queste parole sono particolarmente importanti, perché Green, oltre a non appartenere ad alcuna chiesa, è il prodotto di un’educazione e di un ambiente dove il culto di Condom è molto forte:
«Io provengo dalla pianificazione famigliare, ambienti in cui la Chiesa cattolica è vista come un nemico e si pensa che se si è d’accordo con i programmi ABC [...] si è un sostenitore di Bush.»
Lui stesso, all’inizio della carriera, era un convinto assertore del profilattico come unico strumento efficace per contrastare l’Aids. Ora invece più di venticinque anni di ricerche sul campo l’hanno persuaso che i preservativi possono essere utili solo nei casi in cui l’epidemia non è diffusa su tutto il territorio nazionale, ma ha un centro di ‘irradiazione’ identificabile col mondo della prostituzione:
«Ottenni personalmente una certa fama con la mia azione nei Caraibi e nella Repubblica Dominicana nel 1988. Lì il problema era concentrato tra le prostitute e il programma di distribuzione di preservativi molto consistente. La mia valutazione di queste iniziative e quanto scrissi su di esso mi catapultò su tutti i media. Ma quando tornai dalla mia prima settimana in Uganda e parlai di quanto avevo visto, tutti gli esperti al di fuori dell’Uganda mi diedero torto. Quando fui sicuro che i tassi di infezione stavano scendendo, decisi di far guerra alla mafia dell’AIDS. C’è un articolo del 2001 su Forbes in cui dichiaro la mia jihad»
La malattia va combattutta soprattutto con l’educazione e la responsabilizzazione delle persone:
«L’Uganda non aveva soldi per le medicine e il presidente disse che non potevano avere neppure medicine contro la malaria o perfino l’aspirina [i famosi "mentecatti" ai quali l'ONU avrebbe poi tolto i fondi]. Impossibile quindi avere preservativi per tutti e perciò non potevano essere la soluzione, che stava invece in parole come rispetto per tua moglie, rispetto per tuo marito, che i bambini rimanessero tali rimandando l’inizio delle esperienze sessuali, perché c’è un mucchio di tempo dopo, da adulti, per il sesso. E poi facendo sì che la gente avesse paura di contrarre l’AIDS. Tutto questo è contrario all’approccio abituale verso l’AIDS basato sul fatto che il sesso è divertente. Attualmente il Paese in cui il tasso di infezione è più alto è il Swaziland, dove la pubblicità recita: “Preservativi: dove c’è il divertimento”.»
Inevitabile, a questo punto, un commento sulle parole di B.XVI:
«Direi che il Papa probabilmente pensa che i preservativi non siano la risposta in nessuna parte del mondo, mentre io sostengo, su base scientifica, che hanno funzionato in alcuni Paesi come Thailandia e Cambogia [Paesi dove il contagio parte dalle prostitute]. La ragione per cui affermai pubblicamente il mio accordo con il Papa fu perché non parlò di astinenza, ma di responsabilità, di fedeltà, di matrimonio. Personalmente non sarei intervenuto, ma mi fu chiesto da un paio di giornali e dissi che il Papa aveva sostanzialmente ragione, anche se sapevo che la sua affermazione che i preservativi potevano peggiorare la situazione avrebbe sollevato pesanti critiche. Bene, di fatto per anni si è vista una correlazione tra aumento dell’uso dei preservativi e aumento dei tassi di infezione, e gli ammalati di AIDS tendono a essere utilizzatori di preservativi.»

Ovviamente queste posizioni sono inconciliabili con il culto di Condom. Per cui, nonostante Green non sia mai stato ‘protestato’ dalla sua università, è stato reso noto che l’Hiv Prevention Research Project ad Harvard non sarà rinnovato. Gli viene chiesto se ciò accade a causa delle sue idee ‘politicamente scorrette’…
«Preferisco non rispondere. È meglio che chieda a qualcuno di Harvard cosa pensano.»
A chi gli fa notare che «è strano che in un’epoca dove la scienza sembrerebbe intoccabile e indiscutibile vi sia un così deciso rifiuto a discutere dati scientifici», risponde:
«Sto scrivendo due libri sull’Aids, uno dal titolo AIDS and Ideology e il secondo AIDS and Behavior. Nel primo in particolare in particolare sostengo che se le cose non sono cambiate è in parte perché c’è un’industria di parecchi milioni di dollari l’anno che vuole continuare a esistere, e in parte per la persistente ideologia per la quale la libertà sessuale è più importante della vita umana.»