A Natale si fa(ceva) il presepio…

24 dicembre 2009

 

 «Et verbum caro factum est et abitavit in nobis»

[Gv 1,14]

In occasione del santo Natale, consiglio vivamente - a chi non l’avesse già fatto – la lettura del testo del bellissimo discorso pronunciato dal Papa in occasione dell’udienza generale di ieri. In questa sede propongo una riflessione su due aspetti ’storici’ del discorso del Pontefice.

B.XVI ha esordito facendo un breve ma significativo cenno all’origine storica della festa:

«Il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre è stato Ippolito di Roma, nel suo commento al Libro del profeta Daniele, scritto verso il 204. Qualche esegeta nota, poi, che in quel giorno si celebrava la festa della Dedicazione del Tempio di Gerusalemme, istituita da Giuda Maccabeo nel 164 avanti Cristo. La coincidenza di date verrebbe allora a significare che con Gesù, apparso come luce di Dio nella notte, si realizza veramente la consacrazione del tempio, l’Avvento di Dio su questa terra. Nella cristianità la festa del Natale ha assunto una forma definita nel IV secolo, quando essa prese il posto della festa romana del “Sol invictus”, il sole invincibile; si mise così in evidenza che la nascita di Cristo è la vittoria della vera luce sulle tenebre del male e del peccato.»

Nonostante il Papa usi prudentemente il condizionale, mi sembra chiarissima la sua propensione a dar fiducia alla tradizione cristiana secondo la quale Cristo sarebbe effettivamente nato il 25 dicembre. Ciò in contrasto con quanto tuttora sostiene gran parte degli storici (per i quali si sarebbe scelta la data solo in funzione ‘anti-pagana’, per sovrapporre la nuova festa a quella vecchia), ma in linea con le note recenti scoperte, che – guarda caso - ripropongono l’ipotesi del 25 dicembre proprio a partire dal Tempio e dalla sua liturgia. 

La lettura di B.XVI – fondata su un’antichissima tradizione esegetica – pone naturalmente l’accento sul concetto di Incarnazione: in ragione della coincidenza con la festa della Dedicazione, il corpo del Salvatore nascente è il nuovo Tempio. Lo sviluppo di questa centralità del Corpo, tuttavia, si completa solo nel medioevo, quando – dice il Papa – viene ‘codificata’ la particolare atmosfera della festa…

«grazie a san Francesco d’Assisi, che era profondamente innamorato dell’uomo Gesù, del Dio-con-noi. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, nella Vita seconda racconta che san Francesco “Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano“».

Continua B.XVI:

«Da questa particolare devozione al mistero dell’Incarnazione ebbe origine la famosa celebrazione del Natale a Greccio. Nella prima biografia, Tommaso da Celano parla della notte del presepe di Greccio in un modo vivo e toccante, offrendo un contributo decisivo alla diffusione della tradizione natalizia più bella, quella del presepe. La notte di Greccio, infatti, ha ridonato alla cristianità l’intensità e la bellezza della festa del Natale, e ha educato il Popolo di Dio a coglierne il messaggio più autentico, il particolare calore, e ad amare ed adorare l’umanità di Cristo. Tale particolare approccio al Natale ha offerto alla fede cristiana una nuova dimensione. La Pasqua aveva concentrato l’attenzione sulla potenza di Dio che vince la morte, inaugura la vita nuova e insegna a sperare nel mondo che verrà. Con san Francesco e il suo presepe venivano messi in evidenza l’amore inerme di Dio, la sua umiltà e la sua benignità, che nell’Incarnazione del Verbo si manifesta agli uomini per insegnare un nuovo modo di vivere e di amare. Il Celano racconta che, in quella notte di Natale, fu concessa a Francesco la grazia di una visione meravigliosa. Vide giacere immobile nella mangiatoia un piccolo bambino, che fu risvegliato dal sonno proprio dalla vicinanza di Francesco. E aggiunge: “Né questa visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nel cuore di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa“. [...] In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto, così come facciamo con un neonato.»

Proprio la descrizione della scena del sogno probabilmente ha contribuito in modo decisivo a nutrire la tradizione secondo la quale Francesco sarebbe stato l’inventore del presepio. Pur soffermandosi a lungo sulla sua straordinaria ‘invenzione del Natale’, così come lo intendiamo noi oggi, B.XVI non rinuncia in questo caso a rettificare la notizia riguardante il presepio. È quasi una parentesi, una ‘nota a piè di pagina’, nel discorso su Francesco; ma proprio per questo è importante soffermarsi su di essa. A proposito della celebrazione dell’eremo di Greccio, il Papa dice:

 «Essa, probabilmente, fu ispirata a san Francesco dal suo pellegrinaggio in Terra Santa e dal presepe di Santa Maria Maggiore in Roma

Francesco, quindi, non avrebbe ‘inventato’ il presepio, nel senso in cui oggi il termine viene utilizzato a fini di ‘registrazione all’ufficio brevetti’. Non l’avrebbe visto per la prima volta in sogno, come sembrerebbe suggerire il Celano nel suo racconto. Avrebbe ’solo’ ‘inventato’ – in questo caso nel senso etimologico del verbo, cioè ’trovato’ – lo spirito, il senso della festa. Ma a partire da cosa? Dove, cioè, avrebbe cercato il senso, lo spirito? Ci aiuta a rispondere alla domanda il grande storico del teatro Edmund K. Chambers (1866–1954) che, nel secondo volume del suo fondamentale The Mediaeval Stage (1935), scrive:

«Il ‘presepe di Natale’ o ‘presepio’ è una rappresentazione più o meno realistica della Natività, con un Cristo-bambino nella mangiatoia, Giuseppe e Maria, e molto spesso un bue e un asino; è un elemento caratteristico di tutti i paesi cattolici in periodo natalizio. A Roma, in particolare, l’esposizione del Santo Bambino si svolge con una grande cerimonia. Una tradizione attribuisce il primo presepio conosciuto in Italia a San Francesco, che si dice lo abbia inventato a Greccio nel 1223. Ma è un errore. L’usanza è di molti secoli più antica. Il suo luogo d’origine è la chiesa romana di S. Maria Maggiore o Ad Praesepe, altrimenti detta ‘basilica di Liberio’. Qui già nell’ottavo secolo [in realtà già nel quinto, quando papa Sisto III fece costruire in chiesa una "grotta della Natività"] c’era un ‘Praesepe permanente’ [che nelle fonti è chiamato «oratorium sanctum quod praesepe dicitur» o «camera praesepii»], probabilmente costruito a imitazione di quello che esisteva già da tempo a Betlemme, al quale si allude negli scritti di Origene [Contra Celsum, I.51]. Il Praesepe di S. Maria Maggiore in origine era nella navata destra. Quando nel 1585-90 è stata costruita la Cappella Sistina, è stato spostato nella cripta, dove ora può essere visto. Questa chiesa diventò una ‘tappa’ fondamentale per i servizi liturgici del Papa a Natale. Il Papa infatti celebrava qui la Messa della Vigilia, e vi rimaneva fino a quando aveva celebrato anche la prima Messa della mattina di Natale. Il pane era spezzato sulla mangiatoia, che svolgeva la funzione di altare. Del resto, a S. Maria Maggiore, conservata in in una teca, c’è una reliquia importante della mangiatoia o culla di Cristo, che viene esposta nel presepio in occasione del Natale. È dimostrato che il presepio di S. Maria Maggiore divenne poi il modello per altre cappelle simili a Roma, e senza dubbio per le strutture temporanee analoghe dell’Italia e più in generale dell’Europa occidentale.»

 

Va detto che in realtà il celebre ‘presepio’ allestito dal Poverello di Assisi fu diverso da come ci appare rappresentato da Giotto tre quarti di secolo dopo [si veda l'immagine in testa al post]. Secondo il Celano (che, ricordiamolo, scrive nel 1228, in occasione della canonizzazione di Francesco):

«Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucarestia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo.»

Francesco non avrebbe quindi fatto altro che ‘trasportare’ la liturgia natalizia celebrata a Santa Maria Maggiore fuori dalle chiese, in quello che qualche artista contemporaneo potrebbe chiamare un ‘allestimento’, atto a mostrare al gruppo dei partecipanti la scena ‘originale’ e a far loro vivere le medesime sensazioni fisiche (il freddo, il buio, il contatto con la natura ecc.) provate dalla Sacra Famiglia al momento della Nascita di Cristo. Gli unici ‘personaggi’ presenti in carne ed ossa sono il bue e l’asinello (che compaiono nel vangelo apocrifo chiamato Pseudo-Matteo che a sua volta li riprende da Isaia 1,3), il ‘Bambinello’ è in realtà l’ostia che viene consacrata. 

Il lungo percorso del presepio avrebbe quindi previsto: l’Avvenimento originario a Betlemme; il rinvenimento della reliquia della ‘culla di Cristo’ (il valore della quale sta nell’essere un oggetto che è stato a contatto col Corpo di Cristo); la costruzione della Basilica della Natività nel luogo dell’Avvenimento; il trasporto della reliquia a Santa Maria Maggiore; l’allestimento di uno spazio specifico (la “grotta della Natività”) all’interno della chiesa nel quale celebrare i riti eucaristici natalizi a contatto con la reliquia (il pane spezzato, usando la mangiatoia come altare); la celebrazione dell’eremo di Greccio. Ferma restando la presenza dell’Eucarestia, il passaggio da Santa Maria Maggiore a Greccio sarebbe quindi segnato dalla sostituzione della reliquia con l’esperienza fisica dei partecipanti. In quest’ottica, l’operazione compiuta da Francesco sarebbe una variante rispetto ad altre ’soluzioni’ elaborate precedentemente da comunità che, essendo sprovviste della reliquia, hanno ‘implementato’ la liturgia in senso ‘teatrale’. Mi riferisco naturalmente ai cosidetti ‘drammi liturgici’ del ciclo natalizio, come l’Officium pastorum (Officio dei pastori) che veniva celebrato prima dell’introito (il più antico a noi noto è quello di Rouen dell’undicesimo/tredicesimo secolo) e l’Officium stellae (Officio della stella) o Officium trium regum (Officio dei tre re), celebrato durante il Mattutino.

In tutte queste situazioni l’azione e la sensazione fisica sostituiscono la reliquia del Corpo.

La differenza è che in alcuni casi, col passare del tempo, si sviluppa l’aspetto legato all’azione fisica ‘teatrale’, per cui accanto all’Officium compare il Ludus e si crea una vera e propria serie di ‘azioni drammatiche’: l’Ordo Prophetarum o ‘Corteo dei profeti’ che preannunciano la nascita di Cristo; l’Officium pastorum che inscena l’annuncio ai pastori della nascita di Gesù; l’Officium o Ordo stellae che narra la venuta dei Re Magi, il loro incontro con Erode, l’adorazione del Bambino e l’offerta dei doni; e infine l’Ordo Rachelis, rievocazione della strage degli Innocenti - con il pianto di Rachele - e della fuga in Egitto della Sacra Famiglia.

In altri casi, invece, a partire da quello che abbiamo chiamato “l’allestimento di Francesco” si sviluppa soprattutto la volontà di mostrare e quindi le arti figuarative: uno dei primi esempi è proprio il gruppo scultoreo del presepio che Arnolfo di Cambio originariamente realizza (1288/1291) proprio per la “grotta” di Santa Maria Maggiore, e che rappresenta quindi la ‘restituzione’ della liturgia ‘prestata’ al santo di Assisi.

 

Quello qui brevemente analizzato è uno dei casi esemplari che dimostrano come – a differenza di quanto sostengono quasi tutti gli storici dell’arte – nel medioevo il più delle volte il teatro e le arti figurative erano due strade alternative; qualche volta erano invece elementi complementari che ‘compartecipavano’ alla ritualità liturgica e para-liturgica; quasi mai invece il dipinto o la scutura ‘ritraggono’ lo spettacolo teatrale. Questo perché il soggetto da ‘ritrarre’ non può essere una ‘rappresentazione’ (per cui si avrebbe la copia della copia, che non serve a nulla e non vale nulla), ma l’Originale, che, più che ‘rappresentato’, deve essere ‘ri-presentato’.

Colgo naturalmente l’occasione per AUGURARE A TUTTI UN SANTO NATALE COLMO DI GIOIA!

“Carmen” ovvero l’ermeneutica del fischio

9 dicembre 2009

 

 

Non potendo essere presente di persona e non essendo abbonato a Sky, ho seguito la “prima” della Scala su internet, affidandomi ai resoconti “in tempo reale” che si potevano leggere sull’edizione on-line del «Corriere della sera». Ovviamente l’interesse per la “prima” coinvolge solo in minima parte l’aspetto strettamente “artistico” (che può essere approfondito con calma in occasione delle repliche di questa Carmen), essendo invece legato soprattutto al cosiddetto ”rito sociale”, cioè allo spettacolo che va in scena fuori dal teatro, nel foyer, in platea e nelle gallerie frequentate dall’aristocrazia democratica e non.

Quest’anno lo spettacolo in questione è apparso francamente deludente, una stanca replica in tono minore di quanto già accaduto in molte occasione negli anni passati. Per di più è venuta a mancare l’attrattiva principale: la presenza del ministro Bondi che avrebbe presumibilmente provocato un’aspra contestazione da parte delle maestranze del teatro. Il tutto sembrava quindi ridursi da una parte al consueto rito sessantottesco: «In almeno tre occasioni i manifestanti hanno tentato di sfondare le transenne che recintavano l’area della protesta, scatenando alcuni parapiglia con le forze dell’ordine. E in una circostanza alcuni lavoratori [sic] hanno scagliato uova contro gli spettatori diretti a teatro mentre i militanti dei centri sociali hanno acceso a più riprese fumogeni rossi. Appesi alle transenne c’erano striscioni di diverse rappresentanze sindacali che protestano contro i tagli agli spettacoli»; e dall’altra alle altrettanto abituali ostentazioni di sobrietà da parte del “Potere”: «La Scala ha fatto una scelta di understatement: la regia di Emma Dante con pochi fronzoli e molto contesto sociale e la me­tamorfosi della cena di gala of­ferta dal Comune che quest’anno diventa un buffet in piedi (per trecen­to invitati) nei ridotti del tea­tro. Il menu: carpaccio di sal­mone, tagliata di storione, tim­balli di riso, tortini di zucca e uno scrigno di funghi porcini serviti dal Caffè Scala».

Proprio quando temevo che la cosa più interessante della giornata – oltre alla scomparsa dalle cronache delle “pellicce” – fosse questo felice accostamento tra il menù povero a base si salmone e porcini e la regia condita con appena un pizzico di ”fronzoli” e “contesto sociale” a volontà, ecco lo spettacolo offrire un insperato colpo di coda: gli spettatori gradiscono il menù, ma non riescono a digerire la regia. Non che questa sia una novità, tutt’altro. Il fatto nuovo è che, grazie a questo avvenimento, chi ha seguito on-line l’evolversi degli eventi ha potuto assistere allo svolgersi di quella che Carmelo Bene sosteneva essere la funzione principale della stampa: «informare i fatti».

Il «Corriere» – al pari di altri ‘grandi giornali’ - parte assumendo una posizione netta: “il pubblico ha sempre ragione”. Il giudizio del teatro è inequivocabile: «Quattordici minuti di applausi: a scena aperta per il tenore Jonas Kaufmann, così come per il maestro Daniel Barenboim, e consensi (anche se meno marcati) per Anita Rachvelishvili. Contestata invece a suon di “buuu” la regista Emma Dante: un atteggiamento peraltro in linea con quello espresso in platea nel corso della serata» [N.B. - Mi trovo costretto a citare il resoconto di «Repubblica» perché nel frattempo il pezzo pressoché identico del «Corriere» è divenuto introvabile...]. Come si vede, non si fa cenno alcuno a dissidi tra loggionisti e altri settori del teatro: il giudizio è unanime. Non solo. È supportato da ‘pareri eccellenti’: «Anche la regista milanese Andrée Ruth Shammah nota che “la regia è troppo carica“, anche se assolve lo spettacolo»; «Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore della Repubblica di Milano, grande appassionato d’opera e attuale presidente del Conservatorio di Milano, è critico: “Buone le voci, ma dal personaggio di Carmen ci si poteva aspettare di più”. A suo avviso “la regia è un pò [sic] ingombrante: la cosa bella qui è la musica. La regia ha portato un eccesso di simbolismi che distraggono”». Questi pareri compaiono on-line a spettacolo appena concluso. Intanto nel consueto campionario di varia umanità rappresentato dal pubblico vip della “prima” non può mancare il parere della celebrità del momento, lo scrittore Dan Brown: «”La Scala è un luogo denso di storia, è assolutamente perfetto per ambientarvi un libro”. Lo farà? gli è stato chiesto dai cronisti. “Perché no”, ha replicato sorridendo».

Con la conferenza stampa si assiste a un mutamento di prospettiva (forse proprio nella direzione auspicata da Dan Brown). Uno dei trionfatori della serata, il maestro Daniel Barenboim esprime un giudizio entusiastico sullo spettacolo, a suo dire confortato dalle proprie origini: «Vengo dal paese dei profeti (Israele, ndr) e vi posso assicurare che questa Carmen diventerà una leggenda». Parole che trovano subito un’importante eco: «Lo spettacolo “sarà capito tra due anni, ci vorranno due o tre riprese”, ha affermato il sovrintendente della Scala Stephane Lissner, ricordando che anche la leggendaria Traviata diretta da Luchino Visconti fu fischiata».

Poiché la Bibbia insegna che chi si pone in contrasto con quanto affermano i profeti è destinato alla rovina, il «Corriere» si adegua. L’inversione a ‘U’ non è subitanea. Iniziano ad apparire ‘pareri eccellenti’ apertamente favorevoli: «La regia di Emma Dante è “una scelta coraggiosa, forte, che va apprezzata”, ha invece commentato il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. “È una Carmen, quella della Dante – ha continuato il ministro – che aiuta a diffondere l’immagine dell’Italia nel mondo”».

Il giorno successivo, nella pagina del sito nella quale si trovano servizi filmati ne compare uno intitolato significativamente Pubblico e vip bocciano i loggionisti, nel quale sono montati solo pareri favorevoli alla regista. L’operazione è chiara: se solo poche ore prima la contestazione era un sentimento condiviso dalla stragrande maggioranza del pubblico, adesso la responsabilità dei fischi va attribuita solo al “popolo bue” rappresentato dai ‘loggionisti’.

Non è finita. Qualche ora più tardi il «Corriere» torna sulla “prima” con un approfondimento esclusivamente dedicato alla regia dello spettacolo la cui funzione è essenzialmente quella di spiegare lo spettacolo al popolo. In occasione della conferenza stampa la regista aveva abbozzato: «Forse ci sono idee che non sono state capite, perché non si ritrovano nel libretto, ma che non sono comunque forzature». Ora queste “non forzature” vengono così descritte (e giustificate):

«Tra le apparizioni più contestate, e non presenti nel libretto, c’è un carro nero che porta una nera e vuota sagoma di santa, in scena all’inizio e alla chiusura dell’opera. E poi un corteo di nere prefi­che che seguono Carmen, un prete dal cappello nero a larghe tese che tallona Micaela, le sigaraie trasformate in ne­re suore. “Ci sono grovigli di corpi femminili, le sigaraie all’uscita del turno, che paiono un’immensa medusa ove i serpenti sono i corpi delle femmine stesse”, scrive Paolo Isotta sul Corriere, il cui giudizio però è positivo: “Non si può che rimanere ammirati dalla forza e dalla ‘verità’ di quest’interpretazione scenica”. “In 43 anni di prime alla Scala mai visto niente di così erotico sul palcoscenico“, scrive Lina Sotis, riferendosi alla scena della Carmen legata. Una regia ardita e ‘di sinistra’, come nella scena della rivolta delle sigaraie usci­te dalla fabbrica, con i soldati che cari­cano le ribelli, le prendono a calci, pun­tano loro addosso i fucili. Una scena che ha fatto venir in mente agli spettatori le scene dei tafferugli appena vista in Piazza della Scala».

Una Carmen di lotta e di governo, insomma, capace di accontentare il ministro Brambilla e coloro che lo contestano!

 

 

Chi conosce il lavoro di Emma Dante, non può certo sorprendersi di fronte a scelte come quelle descritte. Già in fase di presentazione si era preparato il campo con il consueto armamentario dello “scandalo” e della “provocazione”: le donne “lavoratrici sfruttate” e mortificate rappresentate come suore, la Liberazione che passa attraverso la “rivoluzione sessuale” e la rottura violenta dell’ordine, la repressione da parte del Potere: «Solo quando la gitana rompe con le regole, manda al diavolo il lavoro, litiga con una collega, la ferisce, solo allora, spiega Dante, butterà il velo e svelerà la sua sensualità di donna libera, che fa quel che sente, che ama chi le pare. Lo stesso, aggiunge, accadrà per don José: “Anche lui da uomo d’ordine, brigadiere timorato, getterà la divisa che lo imprigiona come una corazza e diventerà fuorilegge. Ciascuno farà la sua rivoluzione. Ciascuno ne pagherà il prezzo». Il tutto condito dalla menzione della «scomunica» comminata alla Dante dal cardinal Bertone ai tempi da La scìmia (qui il testo della scomunica).

Nonostante questo lavoro preparatorio, sono arrivate lo stesso le contestazioni da parte del settore più ‘popolare’ del teatro. Che fare? Certo, a questo punto, meglio non citare i lavori precedenti della regista: si correrebbe il rischio di descriverla come un’accanita anticristiana e peggiorare la situazione, mettendo in cattiva luce anche chi le ha affidato l’incarico. Meglio allora imbastire il solito ‘teatrino dell’immaginario’: “ci sono forze censorie reazionarie che limitano la libertà d’espressione e vorrebbero imporre con la forza la terribile morale sessuofobica medievale”. Ma come evocare il timore dei ’secoli bui’ in relazione a un testo ottocentesco? Basta intervistare un noto inquisitore contemporaneo, Franco Zeffirelli:

«Io credo nel diavolo e ieri sera alla Scala ho visto in scena proprio il diavolo. Quello spettacolo è il frutto di una scelta sbagliata, pericolosa soprattutto per i giovani. Immaginiamo un ragazzino che non è mai stato all’opera e va alla Scala, meraviglioso scrigno di bellezza, per vedere quella Carmen“. Zeffirelli boccia senza appello Emma Dante: “È una donna irresponsabile, frutto di una cultura sbagliata, autrice di costumi brutti che non si vedono neppure in un teatro di provincia e coadiuvata da uno scenografo indegno (Richard Peduzzi, ndr). È uno scandalo che la Scala abbia fatto una simile porcata, con la presunzione di volere insegnare ai giovani cos’è l’opera”. “Questa signora ha trasformato Carmen in un demonio, dimostrando di non conoscere la letteratura ottocentesca, che è piena di donne che si ribellano allo strapotere maschile, senza per questo essere dei diavoli. E Carmen è una di loro. Baremboim, straordinario pianista e grandioso direttore, è un giocherellone e stavolta si è reso complice di un crimine. Con Kleiber e Karajan una cosa simile non sarebbe mai successa”».

Non avendo visto lo spettacolo – ma solo brevi riprese televisive -, non sono in grado di dire se le critiche di Zeffirelli siano giuste o sbagliate. Quello che è certo è che agli occhi di un lettore del «Corriere della sera» una persona che in un intervista nomina il diavolo tre volte in poche righe (alle quali vanno aggiunte le citazioni nel titolo e nel titoletto) dicendo persono di credere nella sua esistenza perde qualsiasi credibilità e rischia di passare per un pericoloso integralista. Se a questo si aggiunge che nell’articolo non compaiono altre voci critiche nei confronti delle scelte di regia, si può facilmente comprendere il “vero motivo” dei fischi. Quacuno potrebbe ingenuamente pensare che i loggionisti siano delle persone appassionate legate alla tradizione del melodramma che difficilmente possono digerire questi stravolgimenti del testo e del suo spirito. Nulla di tutto ciò! Emma Dante è stata fischiata perché la sua regia: «ha suscitato non poche perplessità: troppo “forte”, è stata definita. Urtante per la sensibilità di qualcuno, insomma per la morale cattolica»!

Si era partiti con un intero teatro scontento, ma, grazie al giornalismo d’inchiesta del «Corriere», si è passati ad identificare i fischiatori nei soli ‘loggionisti’ (ignoranti), per poi arrivare a scoprire che questi ultimi non sono altro che dei ferventi cattolici ‘ruiniani’. E Francesco Saverio Borrelli? E Andrée Ruth Shammah? Evidentemente devono essere dei fiancheggiatori cripto-papisti! Ora non rimane che attendere il prossimo romanzo di Dan Brown, nel quale si scoprirà che i ‘loggionisti’, dopo le loro malefatte, si sono rivestiti coi loro sai bianchi e neri e sono tornati a nascondersi in convento.

A Short History of Shakespeare’s Histories before Shakespeare

16 novembre 2009

 

 

Dopo mesi di assenza torno a scrivere sul blog, spinto da un magistrale post di Raffaele Ventura sulla tragedia Gorboduc (1561) di Thomas Norton e Thomas Sackville, un testo fondamentale per la storia del teatro occidentale. C’è poco da aggiungere a quanto si legge nel post per quanto concerne la lettura politica del testo. Mi limito quindi a sottolineare come il dramma di Norton e Sackville debba essere considerato un vero e proprio ‘archetipo drammaturgico’, in mancanza del quale il teatro elisabettiano non sarebbe potuto diventare quel che conosciamo.

Dal punto di vista stilistico, va ricordato che Gorboduc è il primo dramma composto utilizzando il blank verse, il ‘decasillabo non rimato’ che sarebbe poi diventato la base dell’arte drammatica di Cristopher Marlowe, William Shakespeare e degli altri grandi tragediografi elisabettiani. Ma è anche la prima ‘tragedia storica’ del teatro inglese. E non solo perché il tema è legato a fatti e personaggi citati nella Historia Regum Britanniae (1147) di Geoffrey di Monmouth – e quindi all’epoca considerati ’storici’ a tutti gli effetti. Ma anche perché il testo è il primo frutto di quella contaminazione tra il modello drammaturgico della tragedia senecana e i temi tratti dalla storia patria che caratterizzerà tutti quei drammi – le cosiddette ‘histories‘ – che costituiranno uno dei generi più importanti e popolari del teatro elisabettiano (in particolare della sua fase iniziale). Non è difficile, anche leggendo solo il post di Raffaele, capire come in Gorboduc si anticipino moltissimi dei temi che verranno sviluppati nelle grandi histories di Shakespeare, prima fra tutte il celeberrimo Re Lear (1605) che – pur rifacendosi a un’omonima tragedia di qualche anno prima -, in parte, può essere considerato una sorta di riscrittura del dramma di Norton e Sackville e che, guarda caso, fu anch’esso rappresentato (il 26 dicembre 1606) al cospetto di un sovrano salito al trono poco più di tre anni prima.

Sarebbe tuttavia riduttivo e scorretto avvallare la formula: history = tragedia senecana + storia. Si fraintenderebbe completamente l’operazione Gorboduc e la sua valenza politica e morale infatti se non si tenesse conto che in realtà il testo si iscrive nella tradizione di due generi tardo-medievali: l’interlude e – naturalmente! – il morality play. Come si legge nel post, infatti, il dramma di Norton e Sackville fu lo strumento attraverso il quale…

«due parlamentari e studiosi di diritto, vicini alla corte, intendevano avvertire Elisabetta I, sovrana da tre anni, dei terribili rischi che correva un regno senza erede legittimo. Elisabetta si lasciò volentieri avvertire, accettando che lo spettacolo venisse rappresentato in sua presenza nel gennaio 1562, interpretato dai giuristi del College di Whitehall. Di fatto, lasciò che s’aggirasse il decreto del 16 maggio 1559, che proibiva gli spettacoli a tema politico e religioso. Il contesto (un manipolo di giuristi e una regina) suggerisce la dimensione pienamente politica di una simile rappresentazione, e questo ben oltre l’ovvia sua finalità di persuasione: se Gorboduc ha la forma di una dimostrazione drammatica della validità di certe teorie, la sua messa in scena finisce per costituire un’arringa rivolta ufficialmente e direttamente — fuori dalla scena, dall’interno della scena — alla regina.»

Il luogo della rappresentazione era un Inn of Court, cioè uno di quegli edifici nei quali giudici e avvocati svolgevano il loro praticantato e dove, in relazione allo studio del Latino, si studiavano e – talvolta – si mettevano in scena drammi di autori classici (Plauto e Seneca soprattutto) o riscritture recenti o contemporanee. Non era quindi infrequente che nei cortili di quegli edifici si mettessero in scena spettacoli teatrali a scopo didattico. Si può ben comprendere allora il motivo per cui in questi luoghi fosse di casa un genere come l’interlude (da inteludus – “spettacolo dialogato”), una straordinaria forma di esercitazione per gli avvocati che, in questo modo, si abituavano a scrivere e recitare testi nei quali pochi personaggi difendevano tesi contrapposte. A sua volta l’interlude era un’evoluzione (e una semplificazione) del morality play, dal quale aveve mutuato la coincidenza tra personaggi e concetti astratti, orientandosi su temi secolari. Semplificando, l’interlude può essere definito un ‘morality play laico’, più ‘leggero’ dal punto di vista dell’apparato rappresentativo (numero di attori, dimensioni dello spazio scenico, apparati scenografici ecc.).

Non può sorprendere più di tanto, allora, il fatto che proprio un interlude debba essere considerato il precedente più importante di Gorboduc. Mi riferisco a Magnificence (1515-1516) dell’eccentrico umanista John Skelton (1460-1529) che, tra le altre cose, fu anche precettore di Enrico VIII.

La composizione e la rappresentazione del testo si legano proprio al rapporto col giovane re e all’aspra rivalità con l’altro influentissimo consigliere di corte, il cardinale Thomas Wolsey (1471-1530). Magnificence può essere considerato una sorta di versione laica del morality play The Castle of Perseverance. Là il tema era la Salvezza oltremondana del Genere Umano, qui la Salvezza coincide col ‘buon governo’ del Regno; in un caso come nell’altro l’obiettivo e la strada per raggiungerlo vengono posti al centro di una lotta tra Vizi e Virtù. Il personaggio centrale dell’interlude, Magnificence (Magnificenza), pur essendo un personaggio allegorico, è chiaramente una figura vicaria del sovrano. Questo viene tentato da personaggi come Crafty Conveyance (Scaltra Convenienza), Courtly Abusion (Abuso di Potere). Anche in questo caso il pubblico del tempo non poteva non interpretare questi Vizi come personificazioni dei difetti del nemico Wolsey. D’altro canto gli amici Magnificence sono personaggi quali Goodhope (Ottimismo), Perseverance (Perseveranza) e Measure (Moderazione) che lo aiutano ad affrontare i capricci della fortuna. Rispetto a Gorboduc, manca il riferimento esplicito alla storia, sia per le caratteristiche del genere, sia perché il discorso si lega in modo sin troppo evidente all’ambito contemporaneo. Ciononostante l’utilizzo del teatro per orientare le scelte del sovrano anticipa chiaramente l’operazione Gordobuc. Ironicamente, si potrebbe rilevare come sia in un caso come nell’altro la visione degli spettacoli non abbia sortito gli effetti sperati: Elisabetta I non prese mai marito, né indicò chiaramente un erede al trono; e certamente non si può dire che Enrico VIII si sia mai mostrato particolarmente amico di Measure.

A questo punto, manca solo un elemento alla ricostruzione delle origini di Gorboduc: l’irruzione della Storia sulla scena inglese. Anche in questo caso è importante considerare un altro interlude, King Johan (1539), scritto dal vescovo John Bale (1495-1563). In questo caso lo spunto venne da un Enrico VIII che, avendo ormai consumato, lo scisma con la Chiesa di Roma aveva l’impellente necessità di portare il popolo dalla propria parte. Bale decise di usare il teatro per associare la figura, in quel momento non troppo popolare, di Enrico VIII a quella di un re del passato Giovanni Senzaterra (1166-1216), celebre per aver concesso la Magna Carta ed esser entrato, per questo, in contrasto col Papa del tempo, Innocenzo III (1160-1216). Lo spirito anticattolico sotteso all’interlude è tutto teso a sottolineare come il popolo inglese abbia tutto da guadagnare a rimanere fedele al suo re e a rompere i rapporti con un clero corrotto ed eversivo. È interessante notare come nel dramma ci siano contemporaneamente personaggi allegorici (tra i quali England), personaggi storici (come King John) e personaggi – tutti chierici - dalla minacciosa doppia natura storico-allegorica, come Sedicyon – also Stevyn Langton or the Monke (Sedizione ovvero Stevyn Langton o il Monaco), Privat Welth – also Cardynall Pandulphus (Interesse Privato ovvero il Cardinale Pandulphus), Usurpid Power – also The Pope (Potere Usurpato ovvero il Papa). Proprio questa doppia natura dei personaggi clericali testimonia l’irruzione della storia nel mondo allegorico dell’interlude. È assai significativo il fatto che l’atto di nascita del dramma storico avvenga in coincidenza con un’operazione propagandistica ad ampio raggio che vide una compagnia di attori al servizio della corte rappresentare King Johan in molte città inglesi. Si può allora anche comprendere meglio, in questo modo, come il fatto che il remake di Shakespeare, King John (1596), sia tutt’altro che ostile al clero, sia spesso citato come un indizio delle simpatie cattoliche del Bardo.

Possiamo quindi supporre che, sulla scorta di questi precedenti, Norton e Sackville conoscessero l’efficacia retorica della commistione tra interlude e materia storica, ma temessero che proprio questa natura retorica rappresentasse un freno alla trasmissione del senso di terribilità dei pericoli che, secondo loro, avrebbero minacciato il regno, nel caso Elisabetta I non avesse fatto chiarezza. Avendo sperimentato in prima persona, nell’ambito del loro cursus studiorum, la vocazione all’orrore del teatro di Seneca (del quale ignoravano la natura eminentemente letteraria), forse hanno pensato che se fossero riusciti a scrivere un dramma in grado di conciliare l’efficacia espositiva dell’interlude storico con la presa emotiva della tragedia senecana avrebbero raggiunto il loro obiettivo. Come si è visto, non vi riuscirono; ma diedero il via a una delle fasi più alte della storia del teatro e forse contribuirono a convincere ulteriormente la regina del fatto che un dosato ‘mix’ di suggestioni allegoriche, mito, storia e arte della rappresentazione avrebbe potuto diventare la base di una poderosa macchina di propaganda.

Il culto di Condom – L’Africa: «Dove c’è il divertimento»!

29 agosto 2009

 

L’uomo vive dei suoi problemi e muore delle sue soluzioni

(Nicolás  Gómez Dávila, Escolios a un texto implicito)

 

 

La presenza in Italia del prof. Edward Green, direttore dell’AIDS Prevention Research Project alla Harvard University, che in questi giorni ha partecipato al ”Meeting per l’amicizia fra i popoli” di Rimini, mi spinge a completare il discorso sul culto di Condom (impostato qui), tornando sugli eventi dai quali aveva preso le mosse. Come si ricorderà, la mia passione per lo studio antropologico del culto del dio Condom è nata in occasione del viaggio del Papa in Africa – per la precisione in Camerun e in Angola -, svoltosi tra il 17 e il 23 marzo scorsi. I fatti sono noti, ma, a mesi di distanza e a mente fredda, è consigliabile ripercorrerli, per comprendere meglio gli effetti che il culto idolatrico in oggetto produce sui singoli adepti e sulle masse di fedeli.

In occasione del viaggio di andata in aereo, B.XVI accetta volentieri di rispondere ad alcune domande ‘libere’ (nel senso di non concordate in precedenza) dei giornalisti presenti. Uno di questi, Philippe Visseyrias di France 2, chiede al Papa un parere sul fatto che la posizione della Chiesa sul modo di lottare contro l’Aids in Africa venga dai più considerata “non realistica e non efficace”. Risposta:

«Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. […] Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi: sono necessari, ma se non c’è l’anima che sa applicarli non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro; la seconda, una vera amicizia, anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi.»

[qui il testo integrale della risposta - e dell'intera intervista -; qui la videoregistrazione delle parole incriminate]

Come si ricorderà, sono subito seguite innumerevoli reazioni scandalizzate: politici, ‘esperti’, opinion makers, cantanti, comici, nani e ballerine non hanno mancato di stracciarsi pubblicamente le vesti. Secondo una prassi ormai sovrana nel mondo della comunicazione, la stragrande maggioranza delle persone che sono intervenute lo hanno fatto concentrandosi solo sulle quattordici parole riguardanti i preservativi, decontestualizzandole sia rispetto al resto della risposta, sia rispetto alla specifica natura del continente alle quali erano riferite (l’Africa), sia rispetto alle prassi poste in atto per affrontare il problema dalla Chiesa o da oganizzazioni ad essa legate. Se si legge un compendio delle reazioni suscitate a vari livelli, si può notare come le critiche possano essere in gran parte ridotte a giudizi apodittici, prodotti da chi fa delle affermazioni, sentendosi esentato dall’onere della prova.

Le critiche istituzionali sono arrivate da esponenti politici di Paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Spagna, da deputati del Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea. Ad esempio, Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese ha affermato che il Papa «rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa». Prima di lui, Eric Chevallier, suo portavoce, aveva dichiarato: «la Francia esprime la sua più viva inquietudine per le conseguenze delle dichiarazioni di Benedetto XVI. [...] Anche se non è nostro compito giudicare la dottrina della Chiesa, crediamo che tali dichiarazioni mettano a rischio le politiche della salute pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana». In Belgio è stato addirittura il Parlamento nazionale ad approvare una risoluzione di protesta ufficiale, dove le dichiarazioni del Papa sono state definite «inaccettabili». Tipicamente tedesca la reazione congiunta dei due ministri del governo Merkel, Ulla Schmidt (salute) e Heidemarie Wieczorek-Zeul (cooperazione economica e sviluppo) che hanno affermato all’unisono che, nella lotta all’AIDS «i preservativi giocano un ruolo decisivo» e «salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti», e che «una moderna cooperazione allo sviluppo deve dare ai poveri l’accesso ai mezzi di pianificazione familiare e tra questi rientra in particolare anche l’impiego dei preservativi; tutto il resto sarebbe irresponsabile». Lo specchiato parlamentare europeo tedesco Daniel Cohn-Bendit ha sentenziato: «è quasi un omicidio premeditato, adesso ne abbiamo abbastanza di questo papa».

Da notare la completa mancanza di reazioni da parte dei governi africani che pure, dovrebbero essere i più colpiti dai paventati danni provocati dalle parole del B.XVI. Evidentemente gli africani sono considerati dagli europei alla stregua di soggetti incapaci di intendere e di volere e dunque bisognosi di ‘tutori responsabili’ che parlino per loro. Vale la pena ricordare forse che Francia e Belgio, in particolare, hanno una lunga tradizione di (per loro) “proficui rapporti” con l’Africa, non certo interrottasi alla fine dei processi di decolonizzazione. È quindi normale che quando si parli di Africa loro si sentano chiamati in causa in prima persona. Sarebbe stato allora interessante che i politici in questione si fossero soffermati anche su altre parole del Papa; ad esempio, quelle sui soldi che da soli non bastano, ma «sono necessari». Come ricorda Riccardo Bonacina, la vocazione filantropica di questi Paesi nei confronti degli africani appare quanto meno ‘intermittente’:

«A salire in cattedra, oggi, infatti sono stati gli stessi responsabili di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua [...] “I Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015, a partire dai livelli del 2004 – si legge nel Development Cooperation Report pubblicato in questi giorni – ma le proiezioni dell’OCSE rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi ciascun anno. I numeri sono abbastanza eloquenti: tra 2006 e 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007”.»

Come si vede, i più ‘insolventi’ sono proprio i Paesi storicamente più colonialisti che sono anche quelli da cui sono arrivate le reazioni più indignate alle parole del pontefice. Molto meglio aiutare gli africani ”in natura”, riempiendoli di preservativi… Cure gratis? Usino i profilattici e non avranno bisogno di curarsi!

È interessante constatare come il dio Condom riesca a fare il miracolo di far andare d’amore e d’accordo persino la ‘contro-informazione’ e i governi. Significativo, in questo senso, tra i molti che si potrebbero citare, l’esempio del blog di Beppe Grillo. Chi conosce lo stile del ‘comico-predicatore’ genovese può sorprendersi del fatto che su questo argomento, derogando in maniera vistosa dal suo modello di ‘teatro civile d’inchiesta’, faccia una serie di affermazioni mai supportate da alcun dato. Di fatto il contenuto del suo post, dal punto di vista argomentativo, non va al di là del titolo: Condom e così sia. D’altronde, solo la forza del culto di Condom può spiegare fenomeni altrimenti ineffabili, come il fatto che tra quelli che si sono scagliati più duramente contro il Papa ci siano coloro che odiano le multinazionali e che promuovono campagne di sabotaggio per colpirne gli interessi. Di norma, a sentirli parlare, si direbbe che le multinazionali siano il male assoluto: per loro vanno colpite e affondate. Tutte!… Salvo naturalmente quelle del dio Condom che invece vanno sostenute in ogni modo, anche quando utilizzano i soldi pubblici delle “pubblicità progresso” per trasmettere il messaggio che l’uso del loro prodotto è l’unico modo per non prendere l’Aids. Il dio Condom, d’altronde, ha per i suoi adepti il potere miracoloso di redimere chiunque. Chiunque! Persino colui del quale non si può dire che male, pena l’isolamento sociale o – in alcuni Stati – il carcere. Qui, ad esempio, si legge:

«Il Führer – in quanto socialista – naturalmente era un sostenitore dell’”emancipazione” e della lotta ai “pregiudizi sessuali borghesi”. Per questo la vendita iniziale di 25 milioni di preservativi l’anno (nel 1922), durante il Terzo Reich aumentò fino a 70 milioni di pezzi. Julius Fromm [il produttore di profilattici, di origini ebraiche] fece così issare in fabbrica le bandiere hitleriane e i ritratti di Adolf Hitler. Gli hitleriani non erano però interessati all’appoggio dato loro dal facoltoso uomo ebreo e decisero di prendersi la fabbrica. Nel 1936, nel quadro dell’aberrante politica di “arianizzazione” (”Arisierung”), Julius Fromm fu costretto a vendere le proprie fabbriche ad una certa Elisabeth Edle von Epenstein-Mauternburg, la madrina di Hermann Göring. Una volta assunto un carattere “nordico”, i profilattici divennero uno dei più importanti gadgets della cultura sessuale nazional-socialista.»

Da notare lo splendido inciso: “in quanto socialista”, che viene alla fine ribadito dalla desueta versione estesa dell’aggettivo “nazista”. Il compagno Adolf era sì il male assoluto, ma anche lui ha avuto i suoi momenti di coscienza civica!

Si dirà: facile ironizzare su politici, ‘contro-informatori’ d’accatto e comici; B.XVI è stato messo sotto accusa anche dal mondo scientifico. In effetti, tra tutte le reazioni, una delle più virulente è arrivata dalla prestigiosa rivista scientifica britannica «The Lancet». In un editoriale pubblicato sul numero uscito il 28 marzo 2009, Redention for the Pope?, si afferma che nel suo giudizio sui preservativi, il Papa «ha pubblicamente distorto le prove scientifiche» al punto che «non è chiaro se l’errore del Papa sia dovuto ad ignoranza o se sia un deliberato tentativo di manipolare la scienza».

Per uno strano scherzo del destino, nel 2000, proprio la rivista «The Lancet» pubblicò un importante studio sull’efficacia del preservativo come strumento di lotta contro l’Aids. Si tratta di Condoms and seat belts: the parallels and the lessons di John Richens, John Imrie, Andrew Copas. Imprevedibilmente, le conclusioni appaiono più in linea con le affermazioni di B.XVI che con quelle che si trovano nell’editoriale! Il punto controverso è la definizione del concetto di ’efficacia del preservativo’ in relazione a un fenomeno che nella letteratura scientifica è noto come ‘compensazione del rischio’. Da una parte è ovvio che il profilattico, sul singolo rapporto sessuale, diminuisca notevolmente la possibilità di un contagio. D’altro canto, lo studio dimostra come l’utilizzo del preservativo, proprio in virtù della sua presunta ‘infallibilità’, porti le persone ad aumentare il numero dei rapporti sessuali e dei comportamenti sessuali potenzialmente rischiosi (ad esempio moltiplicando il numero dei partner). Se quindi da un lato si guadagna in sicurezza grazie alla barriera di lattice, dall’altro si perde, proprio in funzione della presunta “efficacia assoluta” della barriera medesima.

Nel caso dell’Africa, dove – come già si diceva nell’altro post -, per una serie di motivi climatici, sociali e culturali, l’efficacia della barriera di lattice si riduce notevolmente, anche se gli studiosi non sono concordi sull’entità di tale riduzione. Nel caso di un corretto utilizzo, i più ‘ottimisti’ parlano di un 90% di efficienza, mentre i più ‘pessimisti’ sostengono che essa sia di poco superiore al 70%. Per una buona parte degli studi, il valore sarebbe quantificabile in un 80%. Il che può far comprendere il motivo per cui, in Africa, la bilancia tra la riduzione a l’aumento dei rischi, penda decisamente da quest’ultima parte. Chi non avesse particolare dimestichezza con le percentuali può riflettere sul fatto che, in media, il preservativo non può impedire che il virus venga trasmesso dopo cinque rapporti sessuali. Anche volendo, per assurdo, prescindere dal fondamentale discorso della ‘compensazione del rischio’, si dovrebbe prendere atto che il preservativo è in grado al massimo di rallentare l’epidemia, non certo di sconfiggerla. D’altro canto, sarebbe interessante capire se i fautori del dio Condom, ad esempio, salirebbero mai su un aereo che una volta su cinque non arriva a destinazione.

Quando il Papa parla di “aumento del problema” si riferisce non tanto o non solo al preservativo in sé, ma al culto di Condom, cioè a come il profilattico viene promosso, distribuito e ‘venduto’, spacciandolo per rimedio sicuro e promessa di felicità. Se ci si affida completamente e unicamente al profilattico e alle campagne pubblicitarie che ne incoraggiano l’uso, il rischio di contagio aumenta.

D’altronde le affermazioni di B.XVI non riguardano concetti astratti, ma situazioni reali e, come tali, sono verificabili. Ciò che mi ha colpito sin dal primo momento è che in tutte le dichiarazioni di coloro che hanno polemizzato contro di lui non ho letto una sola citazione di uno studio che dimostri che in qualche Paese africano il semplice aumento del consumo di profilattici abbia portato ad una diminuzione del numero di persone infettate dal virus dell’Hiv (le ‘evidenze scientifiche’ citate sono legate solo all’efficacia ‘meccanica’ dei profilattici). Se le affermazioni del Papa sono davvero “insensate e criminali” c’è un modo sicuro per verificarlo. Siccome la Chiesa in questo campo fa quello che dice, nel senso che mette in pratica la ‘ricetta’ evocata da B.XVI nell’intervista, basta analizzare l’evoluzione della malattia negli Stati africani a più alta concentrazione di fedeli cattolici. Se il Papa ha torto, in quesi Paesi la diffusione dell’Aids negli ultimi anni dovrebbe essere molto aumentata, a causa dell minore utilizzo di preservativi.

Questi dati quantitativi – a suo tempo pubblicati on-line dal sito tedesco kreuz.net e ripresi nei blog di Guido da Cocconato e Roberto Manfredini -, al contrario, evidenziano in modo inequivocabile che i Paesi nei quali si registra la più alta percentuale di cattolici, sono quelli con la più bassa percentuale di infetti!

Complementarmente, altri dati dimostrano che i Paesi africani nei quali si sono distribuiti più preservativi, sono quelli nei quali aumenta il numero di malati di Aids. 

I due Paesi che rappresentano i casi estremi sono interessanti case studies.

Lo Swaziland è uno degli Stati africani con la più bassa percentuale di cattolici (5%); d’altro canto è anche uno dei Paesi africani dove sono stati spesi, in proporzione, più soldi in preservativi e campagne di promozione e informazione. Il risultato è l’agghiacciante dato che vede la percentuale di persone infette superare ampiamente il 40%. Poiché i ‘devoti di Condom’ non hanno altro dio all’infuori di lui, la spiegazione che viene da loro data all’aumentare del numero dei malati è che i preservativi non sono presenti sul territorio in numero sufficiente e non sono abbastanza “popolari” tra gli autoctoni (cosa sicuramente vera; il problema è comprendere il perché…).

 

In Uganda invece è presente un’alta percentuale di cattolici (36%), suportata da un’altrettanto importante presenza di cristiani protestanti evangelici che seguono una morale sessuale in tutto e per tutto simile a quella promossa dalla Chiesa cattolica. In questo Paese, è stata promossa dalle chiese e dalle organizzazioni cristiane – sia cattoliche che evangeliche – e sostenuta dal governo del presidente Yoweri Museveni una strategia per combattere l’Aids, denominata ABC. Dove A sta per Abstinence (Astinenza), B per Being faithful (essere fedeli) e C per Condom use. Come si vede l’uso del preservativo non è escluso a priori, ma considerato l’extrema ratio, essendo una via meno sicura per evitare il contagio rispetto alla castità e alla fedeltà coniugale. L’efficacia di questa strategia può essere definita straordinaria, ove si pensi che in Uganda all’inizio del percorso, nel 1987, la percentuale di persone contagiate dal virus dell’Hiv era del 21% e che nel 2000 questa era scesa al 6,4%! Oggi il valore si sta avvicinando al 3% ed è quindi in linea con quello dello Stato di Washington, cioè il luogo sulla terra in cui si consumano più profilattici. Questo grande risultato, dovuto a un radicale cambiamento degli stili di vita ottenuto soprattutto grazie all’azione coordinata delle ‘agenzie educative’ laiche e religiose, è costato all’Uganda circa 23 centesimi di dollaro pro capite.

Il caso dell’Uganda è significativo anche per mostrare, una volta di più, la natura tribale e la cieca intolleranza che contraddistinguono il comportamento degli adepti del dio Condom. Nel 2005 infatti, quando i risultati della campagna ABC erano già stati ampiamente confermati da studi scientifici, l’ONU, nella persona del suo “rappresentante speciale per l’Aids” Stephen Lewis, mise sotto accusa il governo ugandese, sospendendo l’erogazione dei contributi per la lotta contro il contagio dell’Hiv. I capi d’accusa formulati da Lewis contro l’Uganda – ripresi e sostenuti dai maggiori quotidiani liberal occidentali – erano:

«penuria di profilattici distribuiti gratuitamente che avrebbe costretto i consumatori a ricavare condom di fortuna da sacchetti di plastica per l’immondizia(!), caro-prezzi dei profilattici in vendita, negazione delle informazioni sull’utilizzo dei condom ai bambini delle scuole elementari(!), eccessiva pubblicità delle campagne per l’astinenza sessuale promosse da Janet Museveni»

Per la cronaca, la first lady Janet Musaveni, una cristiana evangelica piuttosto grintosa, fece affiggere nelle città del Paese dei manifesti in cui si affermava che l’efficacia del profilattico era solo dell’80% e che di conseguenza l’unico modo per esser certi di non essere contagiati era la castità. Come fece notare Rodolfo Casadei:

«Inutilmente ministri e ambasciatori ugandesi hanno cercato di spiegare che la penuria c’era stata a causa del ritiro dal mercato di un prodotto che presentava seri problemi, che 65 milioni di profilattici erano nel frattempo diventati disponibili e altri 80 milioni sarebbero arrivati. Avendo fatto l’errore di premettere alle loro dichiarazioni che “sì, noi riconosciamo che i condom riducono il rischio ma riconosciamo anche che non lo eliminano”, e avendo dietro di sé un presidente come Yoweri Museveni che al summit dell’Onu sull’Aids a Bangkok nel 2004 aveva detto di preferire “relazioni ottimali basate sull’amore e la fiducia alla diffidenza istituzionalizzata, che è l’ambito del condom”, sono stati trattati come mentecatti. Le Monde ha sentenziato che il successo dell’Uganda nel ridurre il tasso di positività dal 15 per cento degli adulti nel 1992 al 6 per cento di oggi, unico paese africano fino ad oggi a riuscire nell’impresa, “si fonda sull’utilizzo dei preservativi”.»

Ciò a ulteriore dimostrazione di come l’unica preoccupazione dei condomiti sia quella di glorificare il loro dio e diffonderne il culto, a prescindere dal fatto che i profilattici siano o meno efficaci nel contrastare l’Aids! Se poi la realtà dimostra che Condom è inefficiente, allora essa va travisata o taciuta. Quando ciò è impossibile si dirà che Condom ci punisce perché non si crede abbastanza in lui.

Si comprendoro meglio, allora, le parole che il prof. Green ha recentemente pronunciato al Meeting di Rimini (e riportate dall’agenzia Zenit) e nelle interviste rilasciate a margine del suo intervento (qui si farà riferimento a quelle pubblicate da Tempi.it e da ilsussidiario.net):

«La diffusione dell’AIDS nel mondo sta diminuendo e il tasso di nuove infezioni sta scendendo ormai da circa undici anni. Questa discesa è stata finalmente riconosciuta da UN AIDS nel 2007. Il continuare ad affermare che la diffusione dell’AIDS diventava sempre peggiore serviva a ottenere sempre più soldi (in effetti, l’AIDS in Africa raggiunse il suo picco attorno al 2000). Vi sono tuttavia alcuni Paesi in cui l’AIDS continua a crescere e gli Stati Uniti sono tra questi. E così l’America [e, direi, non solo lei...] continua a presentare agli africani il proprio metodo, a dir loro cosa debbono fare, e noi non abbiamo risolto il problema nel nostro Paese. Dovremmo invece andare in ginocchio in Uganda a imparare. Vi sono altri Stati in Africa in cui l’AIDS continua a diminuire, come Zambia, Kenya, Zimbabwe, Etiopia, Malawi, e in ognuno di questi casi la proporzione di uomini e donne che dichiarano di avere più di un partner sessuale è diminuita significativamente qualche anno prima che si riscontrasse la discesa nella diffusione della malattia.»

Queste parole sono particolarmente importanti, perché Green, oltre a non appartenere ad alcuna chiesa, è il prodotto di un’educazione e di un ambiente dove il culto di Condom è molto forte:

«Io provengo dalla pianificazione famigliare, ambienti in cui la Chiesa cattolica è vista come un nemico e si pensa che se si è d’accordo con i programmi ABC [...] si è un sostenitore di Bush.»

Lui stesso, all’inizio della carriera, era un convinto assertore del profilattico come unico strumento efficace per contrastare l’Aids. Ora invece più di venticinque anni di ricerche sul campo l’hanno persuaso che i preservativi possono essere utili solo nei casi in cui l’epidemia non è diffusa su tutto il territorio nazionale, ma ha un centro di ‘irradiazione’ identificabile col mondo della prostituzione: 

«Ottenni personalmente una certa fama con la mia azione nei Caraibi e nella Repubblica Dominicana nel 1988. Lì il problema era concentrato tra le prostitute e il programma di distribuzione di preservativi molto consistente. La mia valutazione di queste iniziative e quanto scrissi su di esso mi catapultò su tutti i media. Ma quando tornai dalla mia prima settimana in Uganda e parlai di quanto avevo visto, tutti gli esperti al di fuori dell’Uganda mi diedero torto. Quando fui sicuro che i tassi di infezione stavano scendendo, decisi di far guerra alla mafia dell’AIDS. C’è un articolo del 2001 su Forbes in cui dichiaro la mia jihad»

La malattia va combattutta soprattutto con l’educazione e la responsabilizzazione delle persone:

«L’Uganda non aveva soldi per le medicine e il presidente disse che non potevano avere neppure medicine contro la malaria o perfino l’aspirina [i famosi "mentecatti" ai quali l'ONU avrebbe poi tolto i fondi]. Impossibile quindi avere preservativi per tutti e perciò non potevano essere la soluzione, che stava invece in parole come rispetto per tua moglie, rispetto per tuo marito, che i bambini rimanessero tali rimandando l’inizio delle esperienze sessuali, perché c’è un mucchio di tempo dopo, da adulti, per il sesso. E poi facendo sì che la gente avesse paura di contrarre l’AIDS. Tutto questo è contrario all’approccio abituale verso l’AIDS basato sul fatto che il sesso è divertente. Attualmente il Paese in cui il tasso di infezione è più alto è il Swaziland, dove la pubblicità recita: “Preservativi: dove c’è il divertimento”.»

Inevitabile, a questo punto, un commento sulle parole di B.XVI:

«Direi che il Papa probabilmente pensa che i preservativi non siano la risposta in nessuna parte del mondo, mentre io sostengo, su base scientifica, che hanno funzionato in alcuni Paesi come Thailandia e Cambogia [Paesi dove il contagio parte dalle prostitute]. La ragione per cui affermai pubblicamente il mio accordo con il Papa fu perché non parlò di astinenza, ma di responsabilità, di fedeltà, di matrimonio. Personalmente non sarei intervenuto, ma mi fu chiesto da un paio di giornali e dissi che il Papa aveva sostanzialmente ragione, anche se sapevo che la sua affermazione che i preservativi potevano peggiorare la situazione avrebbe sollevato pesanti critiche. Bene, di fatto per anni si è vista una correlazione tra aumento dell’uso dei preservativi e aumento dei tassi di infezione, e gli ammalati di AIDS tendono a essere utilizzatori di preservativi.»

Ovviamente queste posizioni sono inconciliabili con il culto di Condom. Per cui, nonostante Green non sia mai stato ‘protestato’ dalla sua università, è stato reso noto che l’Hiv Prevention Research Project ad Harvard non sarà rinnovato. Gli viene chiesto se ciò accade a causa delle sue idee ‘politicamente scorrette’… 

«Preferisco non rispondere. È meglio che chieda a qualcuno di Harvard cosa pensano.»

A chi gli fa notare che «è strano che in un’epoca dove la scienza sembrerebbe intoccabile e indiscutibile vi sia un così deciso rifiuto a discutere dati scientifici», risponde:

«Sto scrivendo due libri sull’Aids, uno dal titolo AIDS and Ideology e il secondo AIDS and Behavior. Nel primo in particolare in particolare sostengo che se le cose non sono cambiate è in parte perché c’è un’industria di parecchi milioni di dollari l’anno che vuole continuare a esistere, e in parte per la persistente ideologia per la quale la libertà sessuale è più importante della vita umana.»

Post mortem

13 agosto 2009

 

AMLETO     - Buon signore, di chi sono queste truppe?

CAPITANO - Della Norvegia, signore.

AMLETO     - Dirette dove, vi prego?

CAPITANO - Contro qualche parte della Polonia.

 

[William Shakespeare, Amleto, IV. 4]

 

 

Imbarazzo. Dopo che le emozioni suscitate dalla visione di Katyń (2007) del maestro Andrzej Wajda si sono attenuate, è questa la sensazione più forte che mi ha pervaso. L’imbarazzo è quello di vivere in un Paese in cui, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, si celebrano una Giornata della Memoria e una Giornata del Ricordo. Una lottizzazione della memoria storica che è dimostrazione lampante dalla nostra incapacità di costruire un’identità condivisa a partire dall’evento epocale che in teoria avrebbe ri-fondato il Paese.

Nel caso del film di Wajda, a questa nostra incapacità cronica, se ne aggiunge un’altra; se si vuole, di assai minor importanza e di recentissima origine: la manifesta incapacità del cinema di oggi (italiano e non) di poter essere uno strumento culturale, non riuscendo ormai più ad uscire dalla logica della macchina della paura e del desiderio che non può offrire altro che divertimento – più o meno ‘voyeristico’ – ed ‘effetti’ – di varia natura.

I fatti sono noti, ma forse non abbastanza. Tre anni fa il grande regista polacco Andrzej Wajda riesce finalmente a realizzare il film di una vita, in cui racconta l’eccidio nel quale trovò la morte il padre Jakub e le infami campagne di disinformaizone che seguirono e che acuirono le sofferenze sue e – soprattutto – della madre Aniela, che morì senza sapere la verità. Il massacro, pur non essendo paragonabile dal punto di vista quantitativo ad altri stermini di massa perpetrati durante la seconda guerra mondiale, riveste un valore fortemente simbolico per la dinamica dei fatti che lo precedettero e lo seguirono.

Il tutto comincia col patto Molotov-Ribbentrop (agosto 1939), stipulato tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica comunista, in cui i due le due potenze si impegnano vicendevolmente a non aggredirsi, pianificando la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici.

 

Dovendo fronteggiare la contemporanea invasione delle truppe tedesche (che invadono la Polonia il primo di settembre del 1939) e di quelle sovietiche (il 17 dello stesso mese), l’esercito polacco è costretto in breve tempo alla resa. I molti militari prigionieri dell’Armata Rossa, sono deportati nel campo di concentramento di Kozielsk, dove sono tenuti all’oscuro della loro sorte. Tra l’aprile e il maggio del 1940, la gran parte di essi viene trasportata con treni speciali nella foresta di Katyń, dove i polacchi sono trucidati dai sovietici con un colpo di pistola alla testa e sepolti in fosse comuni. Ancora oggi non c’è certezza riguardo il numero delle vittime che, secondo le stime più attendibili, sarebbero state oltre 20.000. Tra questi un alto numero di ufficiali, la maggiornaza dei quali non erano militari di carriera, ma civili chiamati sotto le armi e insigniti dei gradi in ragione dell’alto titolo di studio. Ciò fa dire a molti storici polacchi che il vero obbiettivo del massacro era eliminare la futura classe dirigente, in modo da poter più agevolmente controllare una Polonia privata delle sue teste pensanti.

Alla rottura del patto Molotov-Ribbentrop da parte della Germania (giugno 1941), i tedeschi conquistano le terre controllate dai russi. Questo li porta a scoprire l’eccidio di Katyń, e a cercare di sfruttarlo per denunciare agli occhi del mondo l’inaudita ferocia del bolscevismo. Per questo i tedeschi raccolgono prove, scattano fotografie e girano anche immagini cinematografiche delle fosse comuni.

Quando le sorti del conflitto si ribaltano, i russi tornano ad occupare i Paesi dell’Europa orientale. A questo punto sono loro a sfruttare il massacro da loro stessi perpetrato, postdatandolo al 1941 e facendo ricadere tutte le responsabilità sui tedeschi. A guerra finita, il massacro di Katyń diventa addirittura il simbolo della Polonia liberata, grazie ai sovietici, dall’incubo nazista. Il governo polacco filo-sovietico perseguita tutti coloro che cercano di scoprire la verità o che semplicemente sono in possesso di prove in grado di svelarla. Se la repressione si dimostra efficace sul piano interno, la propaganda fallisce su quello internazionale, nonostante l’appoggio assicurato dai partiti comunisti occidentali alla vulgata del regime. Accade infatti che al processo di Norinberga i tedeschi vengano assolti dall’accusa di aver perpetrato l’eccidio (senza che ciò porti a mettere sotto accusa i colpevoli, i cui rappresentanti siedono sui banchi della giuria). Ciononostante in Occidente, buona parte degli storici di orientamento marxista avrebbero continuato ad addossare ai nazisti la responsabilità dell’eccidio.

Il film di Wajda – basato, per quanto concerne lo spunto narrativo, sul racconto Post mortem di Andrzej Mularczyk – ricostruisce tutta la vicenda in modo mirabile e storicamente rigoroso, raccontando la storia con gli occhi delle donne. Queste vengono descritte come delle ‘Antigoni’ o delle ‘Ismeni’ alle quali è negata la possibilità di seppellire i loro cari. Nonostante la struttura della narrazione sia costruita in modo non lineare e utilizzi lunghi flashback, il film scorre senza intoppi e risulta spesso avvincente. Le scene di violenza sono girate con grande realismo, ma anche con grande misura. Degli uomini si sottolinea soprattutto la fedeltà alla Patria (mai slegata dalla Fede) e la grande dignità con la quale vanno incontro al loro tragico destino. Proprio l’ottica femminile – per la quale il regista attinge evidentemente anche ai suoi ricordi d’infanzia – permette di toccare con mano il dolore provocato dalla menzogna elevata a verità di Stato e, per questo, in grado di rappresentare un’offesa ostentata e reiterata alla memoria delle vittime. Il film si segnala anche per lo straordinario equilibrio tra le componenti e le parti in causa. I sovietici, ad esempio, sono descritti come spietati, ciononostante proprio il personaggio di un soldato russo è tra quelli portatori di maggior umanità. Sono mostrate le crudeltà dei nazisti, nonostante il fatto che, nel caso specifico, la loro verisone dei fatti sia quella corretta. Le vittime sono descritte anche attraverso i loro difetti. I ritratti degli ‘opportunisti’ sono sempre assai più sfaccettati di quanto ci si potrebbe aspettare. Lo stesso ruolo della Chiesa appare in bilico tra il servizio alla verità e la ricerca opportunistica del ‘quieto vivere’.

C’erano tutti gli ingredienti per fare dell’uscita del film un evento culturale importantissimo, come è accaduto in altri Paesi. Certo non si poteva puntare al clamoroso successo ottenuto in patria, dove è stato visto da oltre tre milioni e mezzo di persone. Ma Katyń parla anche di noi. Parla degli eccidi, qui da noi compiuti dai tedeschi. Parla della contrapposizione tra i blocchi, durante e dopo la guerra. Parla di propaganda e di verità storica. Parla dei sopravvissuti e ai sopravvissuti e, per questo, non è solo un film sulla seconda guerra mondiale, ma anche sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese negli anni di piombo. Soprattutto è un film che mostra quanto una divisione interna possa minare alle fondamenta la vita sociale, civile e culurale di una Nazione. Katyń parla di noi, del nostro passato e del nostro presente, con la stessa forza di una tragedia di Shakespeare.

Non solo. Katyń riguarda l’Italia anche per un altro motivo, legato alla vita di un nostro connazionale. Nel film di Wajda appare solo per qualche istante in immagini d’epoca, ma si tratta di un protagonsta della battaglia per la verità sulla strage. Un medico legale napoletano, il prof. Vincenzo Maria Palmieri (1899-1994), fu tra i componenti della commissione nominata dalla Croce Rossa Internazionale per far luce sull’eccidio, a guerra ancora in corso (aprile 1943). Firmò una perizia nella quale affermava che le vittime erano state uccise da armi sovietiche. Al contrario di altri membri di quella commisione, non si piegò alle pressioni di parte sovietica tese a fargli mutare parere e ciò gli costò una violentissima campagna diffamatoria da parte del quotidiano «L’Unità» e, conseguentemente, il posto di docente universitario. La vicenda sarebbe stata poi raccontata, pochi anni prima della sua morte, da Gustaw Herling nel Diario scritto di notte, Feltrinelli, Milano, 1992 (se ne riferisce qui).

 

Nonostante tutto ciò, cosa succede? Katyń, nel febbraio di quest’anno, esce in Italia e lo vedono in pochissimi.

Ma non perché la gente non va al cinema: in diverse occasioni in cui è stato proposto, c’erano spettatori anche in piedi! Il film non viene visto perché non viene distribuito, e quindi non viene proiettato. E, anche nei cinema nei quali viene programmato, rimane pochi giorni, a prescindere dal fatto che in quel breve periodo sia stato visto da molti o pochi spettatori. Perché accade questo?

Nel caso in questione non è certo responsabilità dei critici che hanno unanimemente lodato il film, muovendogli pochissimi rilievi, peraltro abbastanza pretestuosi: «Il film è lungo, a tratti un po’ televisivo» scrive Alberto Crespi sull’«Unità», senza specificare a quale ‘televisione’ si riferisce; quella degli anni Sessanta forse, non certo qualle di oggi! Poi però aggiunge: «ma nel finale – quando la strage si compie – diventa fortissimo. Vederlo, per chi si è riconosciuto nella storia del comunismo, nelle sue grandezze e nelle sue tragedie, è compiere un atto di giustizia». Chapeau!

Il problema potrebbe essere commerciale (il che per qualcuno sarebbe un’attenuante…). Si dirà: un film polacco, senza attori noti al grande pubblico e doppiato da voci poco conosciute, che affronta argomenti di storia locale; tematiche importanti, ma ‘pesanti’… Il dubbio che i distributori abbiano potuto ragionare in questo modo l’avevo anch’io… prima di vedere il film.

Dopo, no. Non regge. Il film è di una tale qualità che non possono non venire in mente altre pellicole, in teoria non ‘commerciali’, che alla fine hanno raggiunto incassi importanti. Si pensi al Mestiere delle armi (2001) di Ermanno Olmi; un film molto più ‘difficile’ di questo che tuttavia ha avuto un grande successo di pubblico grazie al ‘passa parola’. Si pensi a un film come Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck, anch’esso interpretato da facce e voci poco note, anch’esso incentrato sulla storia locale (in questo caso quella tedesca). Si pensi ai film iraniani, cinesi e coreani. Si pensi ai molti film sulla Shoah, usciti in questi anni, di produzione non americana - peraltro non tutti di eccelsa qualità. Certo, magari molti di questi film non sono stati proiettati nei multisala; ma almeno erano visibili, gli si è dato il ‘beneficio del dubbio’. Katyń in molte città italiane – tra le quali la mia - non si è proprio visto; nemmeno per una sera al cinema al cinema d’essai!

Per questo, non appare così campata in aria l’accusa mossa dal distributore italiano del film, Mario Mazzarotto, che parla di due boicottaggi: «commerciale e storico-culturale». In questo senso, si può comprendere come giornali quali «Avvenire» e «Il Giornale» abbiano tentato di ’stanare’ i responsabili del boicottaggio, pubblicando articoli-intervista con Mazzarotto dove si allude a “lobby culturali di sinistra” alle quali il film sarebbe sgradito. A Stefano Lorenzetto, Mazzarotto dichiara: «È un film scomodo, c’è poco da fare. Di fronte al quale la sinistra è rimasta in rigoroso silenzio. Ho scritto al segretario del Pd, Dario Franceschini. Non mi ha neppure risposto». Anche se è sempre complesso dimostrare l’esistenza di boicottaggi di questo genere, soprattutto quando i giornali si limitano a riportare dichiarazioni degli interessati senza cercare di appurare i fatti attraverso un’inchiesta, questa ‘congiura del silenzio’ da parte della sinistra ufficiale – ove si escluda la recensione di Crespi sopra ricordata – appare un dato di fatto. Se è normale che questo accada nel caso di partiti che continuano a rivendicare l’identità comunista e che quindi continuano imperterriti a rimanere su posizioni che pur essendo a tutti gli effetti ’negazioniste’ non vengono sanzionate in alcun modo (su facebook il gruppo più numeroso tra quelli che continuano ad attribuire la strage ai nazisti è quello italiano…), diverso dovrebbe essere il discorso per la sinistra cosiddetta moderata che, in teoria, avrebbe tutto l’interesse a sostenere il film. O no?

Quello che accadrà, invece, è che il film forse otterrà un po’ di visibilità, a prezzo di una bieca strumentalizzazione politica. Ora che da poco è uscito in DVD si dice già che Berlusconi abbia cominciato a regalarne copie a destra e a manca, come fece a suo tempo con Il libro nero del comunismo. Il ministro Bondi ha ottenuto che Katyń venga proiettato alla prossima Mostra del Cinema di Venezia, dopo che, in un primo momento, la direzione l’aveva (scandalosamente!!) escluso da tutte le sezioni. Si va verso il solito predicozzo sui comunisti che non fanno i conti col loro passato – in questo caso, peraltro, più che meritato. Il tutto naturalmente senza fare troppo rumore, perché l’amico Putin non gradisce. Lui sì non ha esitato a bloccare la circolazione del film in Russia. E nonostante le scuse ufficiali di Gorbačëv (1990), che tuttavia disse di non sapere dove si trovavano i documenti, e la disponibilità di Eltzin ad aprire gli archivi (1992), ora i documenti legati all’eccidio sono stati secretati. Perchè, come la Germania ben sa, le ammissioni di responsabilità possono costare cifre astronomiche, mentre negare di fronte all’evidenza non costa nulla.

È impressionante come, al cospetto del film, si riproduca stancamente lo stesso conflitto tra propagande contrapposte che ha inquinato quasi cinquant’anni di storia polacca. È vergognoso che ciò accada anche nel nostro Paese, a quasi settant’anni di distanza dalla strage. Ancora una volta non si guarda in faccia la realtà dei fatti; si lascia che le cose seguano il loro corso a prescindere da quale esso possa essere; si rifiuta di prendere atto della parentela stretta tra i due totalitarismi che hanno trasformato il secolo scorso in un mattatoio industriale su scala planetaria; si dà vita a un infantile giochino di rilancio delle accuse; ci si disinteressa della nostra storia e della nostra identità; si agitano stancamente bandiere consunte. Katyń ci dice tutto ciò, e ce lo dice anche e soprattutto nel momento in cui viene ignorato o visto attraverso lenti colorate.

Riesce a dircelo anche perché la storia della Polonia, nel Novecento, è una sorta di drammatico concentrato di quella europea.

Ma Wajda ci dice anche un’altra cosa: anch’essa ci interessa da vicino e ci tocca nel profondo – e anch’essa, forse, non favorisce la diffusione del film. Ci parla di un’identità polacca intimamente legata al cattolicesimo. Il maestro è straordinariamente bravo nel non calcare la mano su questo aspetto, limitandosi a proporlo come chiave di lettura – discreta ma univoca - in alcuni momenti topici del film. Come la scena iniziale, nella quale Anna cerca il marito Andrzej e teme di trovarlo morto sotto una divisa appoggiata su un corpo che in realtà si rivela essere un magnifico crocifisso ligneo, allo stesso tempo prefigurazione e consolazione di ciò che avverrà. Come la scena di massa del campo di prigionia, in cui i militari polacchi ritrovano morale e spirito di corpo la notte di Natale. E soprattutto, come la terribile scena finale, in cui i condannati a morire recitano ognuno una frase del Padre nostro, quasi a darsi il cambio tra uno sparo e l’altro [chi vuole vederla, nonostante la sua terribile crudezza, può cliccare sulla foto].

L’ultima immagine del film è la mano di un soldato che stringe un rosario che viene coperta dalla terra spostata da una ruspa sovietica. Un’immagine solo apparentemente priva di speranza. Noi spettatori, infatti, a quel punto già sappiamo che quel rosario sarebbe stato ritrovato e consegnato alla sorella del soldato; e che lei avrebbe coraggiosamente testimoniato la verità fino a farsi arrestare dalla polizia segreta del regime. Non è troppo forzato vedere in quel rosario una sorta di firma del cattolicissimo Wajda, che – vale la pena ricordarlo – fu uno dei protagonisti di spicco della stagione in cui in Polonia si destituì il regime comunista. Grazie a quel rosario lui è riuscito a girare il film della vita. Ora tocca a noi raccoglierlo.

Ubu Dieu

7 agosto 2009

Nelle manifestazioni sceniche si comprende come Libero e Venere debbano esercitare la loro azione e il loro potere: ciò che appartiene intimamente al teatro, i gesti, i vari movimenti richiesti al nostro corpo dalla danza, si riportano bene al carattere di mollezza di Venere e di Libero

[Tertulliano, De Spectaculis, 54-55]

Il Premio Scenario esiste dal 1987 e si è affermato, negli anni, come il concorso più importante tra quelli che premiano i giovani non ancora inseriti nei circuiti del teatro professionistico. È una sorta di ‘rito di passaggio’ nel corso del quale gli addetti ai lavori scelgono i migliori talenti delle nuove generazioni e dicono loro: «Bravi, continuate così! Vi sosteniamo! Presto sarete dei nostri!». Organizzato negli anni dispari dall’omonima associazione – alla quale aderiscono quasi quaranta teatri, associazioni e fondazioni dislocati su tutto il territorio nazionale -, prevede l’assegnazione di premi in denaro e concrete possibilità di distribuire lo spettacolo ai tre progetti giudicati migliori da una giuria, composta da esponenti del mondo dello spettacolo e di quello accademico. La giuria emette il verdetto (e le motivazioni) dopo che, nella fase finale del concorso, assiste alle rappresentazioni di «frammenti o parti» significative dei progetti finalisti, della durata massima di 20 minuti. Di fatto si tratta di vere e proprie ‘epitomi’ degli spettacoli ‘che verranno’. Poco tempo fa mi è capitato di assistere alle ’epitomi’ dei vincitori dell’edizione di quest’anno. Uno di questi spettacoli in nuce, proposto dal gruppo veneto Anagoor e intitolato La Tempesta, promette di diventare qualcosa di davvero interessante, prospettandosi come una riflessione performativa, colta e potente, sulla dimensione apocalittica della pittura di Giorgione. Dei tre, il progetto che tuttavia non può scansare l’attenzione di questo blog, essendo nelle intenzioni di chi lo propone una sorta di parodia di una ’sacra rappresentazione’, è un altro.

A tua immagine è diretto e interpretato da tre attori milanesi: Enrico Ballardini (anche autore delle musiche), Giulia D’Imperio e Davide Gorla (indicato nel programma come responsabile del «progetto drammaturgico»). Lo spettacolo completo debutterà il 14 ottobre prossimo nell’ambito di VIE Scena Contemporanea Festival di Modena. I tre protagonisti, nonostante la giovane età, dimostrano una buona maturità espressiva, frutto delle importanti esperienze di formazione teatrale che hanno alle spalle. Chi conosce un po’ la scena italiana contemporanea può notare come nel loro stile siano presenti diversi punti di contatto col teatro ‘marcatamente corporeo’ di Emma Dante, un teatro che tende ad esprimere sentimenti e rapporti tra i personaggi attraverso azioni fisiche che vengono ‘codificate’ in fase si allestimento, dopo essere ‘uscite’ da intense sedute di improvvisazione laboratoriale. Anche il tema dello spettacolo, tutto sommato, echeggia qualche lavoro della Dante, pur mancando di quella componente genuinamente tragica che, insieme a quella comico-grottesca, caratterizza la poetica della regista siciliana.

Questa differenza è particolarmente rilevante nel caso di uno spettacolo come questo, i cui unici tre personaggi si chiamano: Diavolo, Gesù e Dio. L’obiettivo di A tua immagine è dichiarato sin dalle ‘note’ sullo spettacolo che si trovano sul ‘programma di sala’:

«Circondati dalle nebbie di un non luogo, ci troviamo dinanzi a dei personaggi altolocatissimi. Il primo di essi è venuto per chieder conto al padre di quali siano i doveri e i privilegi che comporta questo essere figlio suo. Il secondo, il padre, sembra tergiversare dinanzi a queste richieste. Infine il terzo è venuto perché anch’egli può trarre degli interessi da questa unione. Ed è proprio il terzo personaggio, questo diavolo, un po’ triste e un po’ ironico, a introdurci in un quadro famigliare terribile: quello di Lui, di Dio e di suo figlio Gesù»

Nella versione alla quale ho assistito io, l’inizio dello spettacolo è affidato al Diavolo “triste e ironico” (Ballardini) che, accompagnandosi con una chitarra, accenna brevemente – coerentemente con la citazione biblica ‘imperfetta’ del titolo - alla Creazione dell’Uomo e della Donna e al fattaccio: il Peccato Originale e la conseguente cacciata dei due dal Paradiso Terrestre. Poi il Diavolo si avvicina a un mucchio di lenzuoli che si trovano al centro della scena e, agendo come fosse uno scultore alle prese con della creta, li sistema, facendoli aderire a ciò che sta nascosto sotto di essi: due corpi, l’uno appoggiato all’altro. Quando anche l’ultimo lenzuolo viene tolto, inizia la scena famigliare evocata nelle ‘note’. Gesù (Gorla) – inizialmente vestito in abiti borghesi ma quasi subito ridotto in cravatta e perizoma (inteso ovviamente come ‘mutandine’) - chiede conto a Dio Padre (D’Imperio) della missione che gli vuole affidare. Dio Padre appare da subito come il personaggio più marcatamente grottesco: l’interprete femminile lo caratterizza come un’arpia che fisicamente ha le movenze, i tratti fisiognomici e l’abbigliamento un po’ della beghina e un po’ della vecchia bagascia.

Con la sua comicità fisica di sapore vagamente clownesco e le sue battute da cabaret ‘impegnato’, lo spettacolo sulle prime appare una sorta di triviale versione farsesca delle parti iniziali dei Misteri tardo-medievali – specie francesi e inglesi - in cui si mettevano in scena Dio e la creazione, l’opera di sabotaggio del Demonio, i conflitti tra Bene e Male e la necessità dell’Incarnazione (anche se, gli interpreti di A sua immagine non danno certo l’impressione di conoscere queste fonti…). Dio Padre viene qui descritto come un individuo il cui unico scopo è il dominio dell’universo, da ottenere con qualsiasi mezzo. In risposta alle sue preoccupate domande, prospetta al figlio la morte dolorosa e ignominiosa che lo attende, necessaria per raggiungere l’obiettivo, in quanto il martirio è lo strumento più efficace per convincere le masse alla più cieca devozione. Il tutto è condito da una scena nella quale si accenna a mimare un rapporto incestuoso, con Gesù supino a braccia aperte in forma crucis e il Padre che gli si sdraia sopra, tentando di baciarlo in bocca. Quando Gesù domanda se la sua morte basterà, il Padre gli dice che essa sarà solo l’inizio. Come si legge nelle ‘note’, infatti, tema dello spettacolo è: «la più orrenda, interminabile scia di morte, soprusi e nefandezze che la storia ricordi e che è ancora miracolosamente [sic!] in vita oggi». Nell’economia dello spettacolo, la funzione del Diavolo – allo stesso tempo menestrello e ‘coro’ - è quella di ristabilire la verità, mostrando chi sono i veri responsabili delle malefatte che gli sono state addebitate nel corso dei secoli.

Questo Dio Padre grottescamente volgare e sanguinario, mosso esclusivamente dalla libido dominandi, sembra un pronipote degenere di una classica figura paterna della storia del teatro: quel Padre Ubu protagonista della celeberrima serie di drammi pre-surrealisti di Alfred Jarry (1873-1907), aperta da Ubu roi.

Curiosamente questa discendenza sembra non essere stata notata dalla giuria del Premio Scanario, che invece, nelle motivazioni, cita le probabili fonti letterarie dello spettacolo. Questo avrebbe raccolto e rilanciato «suggestioni da Goethe, Saramago e Pessoa». In realtà, a mio giudizio, il riferimento a Goethe appare piuttosto pretestuoso. Pessoa c’è e non c’è. È invece sicuramente Saramago – che condivide con Pessoa l’impostazione ‘gnosticheggiante’ - il padre spirituale di A tua immagine. Il suo Vangelo secondo Gesù Cristo appare - essendo talvolta citato quasi letteralmente – il palese modello di riferimento dei tre. Al punto che lo spettacolo può essere visto come una sorta di ‘bignami’/parodia del romanzo, che viene ’depurato’ degli aspetti tragici e intimistici, e alleggerito di quasi tutti i personaggi. Rimangono i pilastri della struttura portante, cioè la natura intimamente malvagia e sanguinaria del divino, il rapporto Padre-Figlio, il ruolo rivelatore del Diavolo e l’atteggiamento ‘laico’ e dissacrante, nutrito dallo scandalo dei crimini compiuti in nome di Dio.

Se tuttavia un cristiano non può che considerare una ‘bestemmia in forma eufemistica’ il libro di Saramago, nel caso di A tua immagine, i veri obiettivi non sono direttamente Dio Padre e Gesù e nemmeno tutti i cristiani. Ce lo rivela una ‘battuta chiave’ dello spettacolo. Dice Dio Padre a Cristo, prefigurando gli avvenimenti che seguiranno la sua morte: «E i tuoi seguaci si chiameranno… cattolici». Qui si opera uno scarto netto e significativo. E qui si rivela la debolezza strutturale e la supponenza dell’intera operazione. Perché un conto è sostenere che i Vangeli canonici raccontano solo sciocchezze, che il Cristianesimo è un’impostura e sposare la prospettiva gnostica di un Dio ‘cattivo demiurgo’; e un altro è invece utilizzare questa prospettiva come parodia-critica della fede cattolica. Se si vuole demolire un edificio, bisogna conoscerne la struttura, altrimenti si rischia di rimanere sepolti sotto le macerie. Allo stesso modo, se si vuole fare la caricatura di qualcuno bisogna conoscere i lineamenti del suo volto, non basta prendere la prima maschera grottesca a portata di mano e scriverci sotto: “Questo e lui!”.

È proprio quello che accade in A tua immagine. Come certi pugili che salgono sul ring senza aver studiato le caratteristiche dell’avversario e iniziano a tirare colpi a destra e a manca, aiutandosi con testate e robusti spintoni, nel suo livoroso attacco alla Chiesa Cattolica – furbescamente evocata di continuo e mai nominata -, lo spettacolo rimane fedele allo spartito di Saramago e gira a vuoto, vanificando anche i pochissimi colpi potenzialmente efficaci. Di fatto, se si escludono i nomi dei tre personaggi, i nomi degli Apostoli e di qualche martire e il consueto elenco dei crimini della Chiesa (”le crociate”, “l’inquisizione” ecc.), non c’è altro che si possa riferire, anche lontanamente, al Cattolicesimo. Addirittura in certi momenti si ha l’impressione che i tre parlino di una materia ‘esotica’, che conoscono solo per sentito dire. Ne cito uno per tutti: per sostenere l’ipotesi del Dio sanguinario la cui vera natura sarebbe stata occultata dalla Chiesa, si arriva a dire che i fedeli - vado a memoria – «si ricorderanno solo del Figlio, dimenticandosi del Padre»; quasi che i tre non avessero mai assistito a una messa e non conoscessero l’esistenza di una preghiera chiamata Padre nostro (ovviamente lo Spirito Santo non è nemmeno nominato).

Se il loro intento era attaccare la Chiesa in modo circostanziato sarebbe stato sufficiente leggersi le opere di alcuni suoi grandi avversari. Al limite, sarebbero bastati anche solo Renan e Nietzsche. Troppa fatica. Fare il riassunto di Saramago e dedurne una scenetta comica allungata basta e avanza… D’altronde, perché mai avrebbero dovuto impegnare più tempo nella preparazione teorica dello spettacolo? Come attori sono bravi. Il pubblico vede lo spettacolo e ride – risate fredde per la verità, ma sempre risate. Alla fine sono applauditi: “Uno spettacolo coraggioso!”. E poi una giuria altamente qualificata (lo dico senza ironia) li premia perché, grazie a loro «gli uomini interrogano la propria storia, il retaggio delle culture irrigidite, le mistificazioni operate sul nome e in nome di Dio», assistendo a una messa in scena «profonda» e caratterizzata da «un livello di pensiero complesso e inusuale». Dal canto loro, i tre affermano che: «l’intento, più che sollevare polemiche dovute alle parole grosse, è un invito a una riflessione intima». Al di là di come la si possa pensare, non vedo davvero come uno spettacolo improntato al più dozzinale manicheismo, possa favorire una “riflessione intima”; al massimo può suscitare sentimenti di adesione o repulsione. Piuttosto, in realtà, ora manca l’ultimo tassello: quando esordiranno, basterà che qualche giornale faccia montare la polemica, che qualche gonzo che ci caschi e il gioco sarà fatto! 

Un’ultima questione rimane in sospeso: comprendere da quale prospettiva i tre attori-autori si scagliano contro la Chiesa. Per cercare di capirlo, è utile un altro frammento delle ‘note’, dove confessano di provare un «fortissimo disagio» causato dal Cattolicesimo che - sempre senza essere nominato - viene definito: «una cultura che da millenni ci opprime, facendo leva su un assurdo ricatto morale. Illusione nel nome della quale si tengono nell’ignoranza popoli interi». L’aspetto interessante è il sorprendente riferimento ai “millenni” di oppressione da loro subita. Se li si prende sul serio, bisogna evidentemente considerare il fatto che vanno in scena non da semplici ‘cittadini laici’ del XXI secolo, ma da rappresentanti di una tradizione millenaria. Ma quale? Difficile da dire…

Forse può soccorrerci un altro momento dello spettacolo, quello in cui vengono passate in rassegna le malefatte della Chiesa. La scena è utilissima perché mostra che in realtà la loro preoccupazione per i fiumi di sangue e i morti è puramente strumentale. Se fosse sincera infatti dovrebbero provare e trasmettere un minimo di compassione per i martiri che, in quell’ottica, sarebbero le vittime sacrificali del grande Inganno del Cattolicesimo. I martiri invece vengono sbeffeggiati allegramente. La descrizione delle scene di martirio è il momento che strappa più risate dell’intero spettacolo, essendo congegnata come una specie di ‘kamasutra sado-masochistico’, composto da un divertito elenco delle varie ‘posizioni’ in cui le persone sono state crocefisse e dei supplizi da loro subiti. Subito dopo, tuttavia, il tono si fa molto meno scherzoso e più accorato, quasi omiletico. È il momento in cui si parla di quelle che evidentemente sono da loro considerate le vere vittime dell’Inganno, cioè quella gran quantità di uomini e donne hanno vissuto e vivono nei conventi: «mortificando il loro corpo»

Il riferimento qui non può essere che all’unica ‘mortificazione corporea’ comune a tutti i conventi: il vero scandalo per loro è la castità! Torna utile allora la citazione iniziale di Tertulliano. I Padri della Chiesa avversarono recisamente il teatro, sia in base a profonde motivazioni teologico-morali, sia sulla scorta di fatti contingenti. All’epoca accadeva infatti che gli spettacoli teatrali più in voga fossero quelli di mimo (genere paragonabile al nostro ‘varietà’, da non confondere con quello contemporaneo) e di pantomimo (rappresentazione di miti, raccontati da un narratore e agite da danzatori e musicisti). Nella “società dello spettacolo” della Roma imperiale, questi generi teatrali avevano da tempo soppiantato, nei gusti del pubblico, rispettivamente la commedia e la tragedia, puntando su una rappresentazione molto realistica di scene di violenza e di sesso (erano gli unici spettacoli nel mondo antico che prevedevano la presenza di donne in scena). È storicamente accertato che alcuni spettacoli di mimo abbiano esercitato la loro crassa comicità prendendo di mira i culti sgraditi all’imperatore, come l’Ebraismo e il Cristianesimo, mettendo in scena i loro riti in modo farsesco. Non potendo dunque dire ai nostri tre ‘mimi’ di oggi, devoti di Venere e Libero: «Bravi, continuate così!», mi preme raccomandare le loro anime a quei loro colleghi che, secoli fa, si convertirono proprio mentre sulla scena stavano ridicolizzando i Misteri cristiani, cioè i santi mimi: Porfirio, Gelasino, Ardalione e Genesio.

Un’idea (russa) di libertà fuori dalla storia

3 agosto 2009

Ho sempre amato molto, sin da quando ne ho letto sul blog del piccolo zaccheo, il testo della conferenza tenuta da Aleksandr Solženicyn il 1o giugno 1976, presso la Stanford University (California), in  occasione del conferimento dell’American Friendship Award da parte della Liberty Foundation [in Italia è stato pubblicato dalla rivista «Ideazione», IX (2002), n.1; il testo integrale è consultabile anche on-line qui]. Il titolo, Un’idea della libertà, mi è parso sin da subito unasorta di motto, di ‘emblema’ della vita e delle opere di Solženicyn. Considero particolarmente significativo il fatto che un intellettuale di quella statura che aveva vissuto per anni nella più terribile condizione di detenzione – descritta in molte sue opere, tra le quali Una giornata di Ivan Denisovič (1963), Divisione cancro (1967), Il primo cerchio (1968) e il celebre Arcipelago Gulag (1973-1978) -, quella del campo di concentramento, smascherasse in modo tanto accorato quanto efficace l’aleatorietà della concezione di libertà oggi dominante nei democratici Paesi occidentali:

«Vorrei vantarmi di essere riuscito ad attrarre la vostra attenzione su certi aspetti della libertà che pur non appartenendo alle conversazioni di moda, non per questo cessano di avere importanza ed influenza. L’idea della libertà è difettosamente concepita se non diamo valore allemete vitali della nostra esistenza terrena. Credo che gratificarci in modo illimitato con beni materiali non può rappresentare l’obiettivo dellanostra vita; dobbiamo lasciare questo mondo purificati, migliori di quanto siamo a causa del retaggio dei nostri istinti. Dovremmo orientare il corso della vita lungo il cammino dell’arricchimento e del perfezionamento dello spirito. Solo il sommarsi di questi passi spirituali può essere definito progresso spirituale dell’umanità.

Partendo da questi presupposti, la libertà esterna non è la meta finale dei popoli e delle società, ma solo un mezzo che favorisce l’autentico sviluppo. Non è altro che la possibilità di vivere un’esistenza umana e non animale, la cornice entro la quale l’uomo può svolgere meglio la propria missione terrena. Ma per arrivare a questo, la libertà non è l’unica condizione necessaria. Non meno che della libertà esterna, l’uomo ha bisogno di uno spazio in cui potersi concentrare intellettualmente e moralmente e dove il suo spirito possa svilupparsi. Purtroppo, l’attuale forma civilizzata di libertà ci concede untale spazio solo a costo di un grande impegno. È deplorevole che, rispetto a epoche anteriori, negli ultimi decenni l’idea di libertà sia stata così tanto demolita e svuotata. Il concetto si è quasi esclusivamente ridotto a libertà dalle pressioni esterne e dallacostrizione statale. La libertà è ormai intesa come concetto meramente giuridico.

[...] In fondo, la libertà è libertà interiore, quella che Dio ha dato all’uomo: libertà di decidere delle nostre azioni e omissioni, e di esserne moralmente responsabili. Ha capito veramente che cosa è la libertà, non colui che corre dietro ai suoi diritti legali e di essi si serve per ottenere vantaggi economici, ma chi ha una coscienza morale dalla quale si sente obbligato anche quando la legge sta dalla sua parte. La libertà non l’ha chi difende vittoriosamente un caso legale sicuro, ma chi è integro al punto da non curarsi dei suoi diritti e, rinunciando a questo, da non temere di mostrare i propri errori. Tutto ciò si designava con una parola molto antica e oggi dimenticata: onore.

Non mi sembra uno sproposito asserire che nel XX secolo, in alcuni paesi ben conosciuti del mondo occidentale, la parola libertà si sia distaccata dallesue forme originali ed elevate. Oggigiorno non esiste in nessuna nazione del mondo questa forma elevata di libertà, propria degli uomini spirituali, i quali – pari ai nostri antenati – non svicolano fra le sinuosità serpentine delle leggi, ma si autolimitano liberamente e con la piena coscienza della loro responsabilità.»

Non so dire se si tratti di caso o di necessità, fatto sta che, proprio in coincidenza col primo anniversario della morte di Solženicyn (3 agosto 2008), mi è capitato tra le mani un interessante librettino, forse non originalissimo nei contenuti, ma sicuramente efficace – tanto più che si legge in meno di mezz’ora -: 

Va subito detto chelo scritto di Földényi, scrittore e professore di Letterature comparate all’Università Statale di Budapest, non è – come si evince sin dal titolo – un saggio storico, anche se prende le mosse da un fatto realmente accaduto; né tanto meno è untrattato filosofico, anchese l’illustrazione di problematiche filosofiche capitali occupa la maggior parte delle sue pagine. Se proprio si vuole dare una definizione che vada al di là del semplice “racconto”, si può parlare di “apologo”, o, nella concezione medievale, di exemplum.

Come detto, Földényi parte da un fatto storico, occorso nellaseconda tranche degli anni di prigionia trascorsi dal romanziere in Siberia. Com’è noto, Fëdor Dostoevskij nel 1849 era stato arrestato e imprigionato, con l’accusa di far parte di una società segreta sovversiva guidata da Michail Petrasevskij. Condannato alla fucilazione, si vide – all’ultimo istante! – commutare la pena in lavori forzati a tempo indeterminato. Deportato a Omsk, in Siberia, rimase lì detenuto per quattro anni, salvo poi venire trasferito per “buona condotta” a Semipalatinsk, per scontare il resto della penna (1854-1859) servendo lo Stato come soldato semplice. Qui strinse amicizia con il locale procuratore dello Stato, Aleksander Vrangel. I due si ritrovavano spesso a discutere diletteratura, filosofia e religione; Vrangel faceva arrivare dei libri dall’Europa per leggerli insieme allo scrittore e discuterne con lui il contenuto.

Qui inizia ilracconto di Földényi che, a partire dalle memorie di Vrangel, ricava l’episodio del titolo: Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere. Non ci è dato sapere quale fosse il libro di Hegel in questione; l’autore immagina che si potesse trattare delle Lezioni sulla filosofia della storia, tenute anni prima a Berlino ed edite in due edizioni (1837 e 1840). La scelta cade su questo libro perché qui Hegel si occupa fugacemente della Siberia, ponendola nel novero delle zone del mondo che vanno considerate come giacenti al di «fuori della storia». Földényi, a partire da questo spunto e dal romanzo che Dostoevskij stava scrivendo all’epoca Memorie dalla casa dei morti (in gran parte ispirato alla sua esperienza a Omsk), immagina quali possano essere stati la sua reazione emotiva e i suoi pensieri, di fronte al fatto che una delle massime autorità intellettuali del secolo lo condannava ad una prigionia ben più terribile di quella che stava scontando: l’oblio della storia.

Földényi presenta i due grandi personaggi come esponenti di due diverse concezioni del mondo. Di Hegel non viene approndito lo sterminato sistema filosofico, ma solo la concezione razionalistica della storia così come Földényi la evince da alcuni passi significativi delle Lezioni. In questo senso, il filosofo tedesco è visto come rappresentante di una lunga tradizione occidentale, di matrice illuminista, che può essere sintetizzata dalla sua celebre formula: «Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale». Contrariamente a quanto si può pensare, la formula non si limita ad indicare nella ragione lo strumento di lettura della realtà (ciò varrebbe per tutti i filosofi), ma presuppone un corollario che potremmo formulare come segue: “Ciò che non è razionale, non è reale e dunque va ignorato o cancellato”. Nel caso della storia, Hegel applica questo principio di fatto escludendo tutte le culture non occidentali (o ‘occidentalizzate’ attraverso ilcolonialismo). Particolarmente significativo è il trattamento che Hegel riserva all’Africa, che Földényi interpreta ‘freudianamente’:

«La passione, con cui descrive lepresunte crudeltà irrefrenabili in Africa, citando dicontinuo nuovi casi, aneddoti, episodi agghiaccianti senza scoprirvi mai qualcosa di piacevole, di bello e di ammirevole, deduncia non tanto la paura di Hegel dell’Africa (a Berlino poteva sentirsi al sicuro), bensì che non si sentiva in pace con i propri istinti. Poi il filosofo caduco, lontano anni luce dall’esperienza della libertà, fabbrica – a scopo autoterapeutico – una filosofia della storia, una spiegazione dell’esistenza. Eppure può darsi che in fondo al cuore non desiderasse altro che poter pronunciare anche lui, come avrebbero fatto in seguito Rimbaud e Genet: sono negro. In Africa la storia non è possibile afferma [...]: “È il paese dell’oro che resta concentrato in sé: il paese infantile, avviluppato nel nero colore della notte al di là del giorno della storia consapevole di sé”: non ha contribuito in nulla alla cultura. Cosa rifiuta quiHegel in una sola frase? L’oro lucente, l’infanzia e la notte» [pp. 33-34].

Secondo Földényi, Dostoevskij, leggendo parole come queste, non poteva non sentirsi doppiamente escluso dalla storia, sia in quanto ‘geograficamente’ fuori dai confini dell’area della Ragione, tracciati dal professore sulla carta nel suo studio di Berlino; sia in quanto condannato a far parte di una cerchia di criminali, protagonisti di “episodiagghiaccianti” e “irrefrenabili crudeltà”. Lui stesso, quando, in una lettera, aveva descritto il viaggio verso la Siberia,  aveva confessato di aver vissuto l’attraversamento della barriera degli Urali come l’abbandono della civiltà in direzione di un destino oscuro. Memorie dalla casa dei morti è un libro scritto da un ribelle su ribelli, considerati morti dagli altri, ma determinati a dimostrare giorno per giorno di non esserlo:

«Questi erano delinquenti del tutto privati qualsiasi diritto civile, brandelli recisi dalla società, col viso marchiato a perenne testimonianza del loro ripudio. [...] D’altro canto chi può dire di avere esplorato il fondo di quei cuori perduti e di averci letto ciò che è celato al mondo intero?» [Fëdor Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, BUR, Milano, 2007, pp. 18 e 25 ].

Per Dostoevskij la Siberia è l’Inferno. E, come tale, è un mondo al di fuori di qualsiasi ragionevolezza, di qualsiasi possibilità di riduzione a categorie razionali. Proprio per questo, tuttavia, è paradossalmente un luogo in cui si può fare l’esperienza del trascendente, del divino e quindi di un concetto di libertà assoluta che esula i confini propri di questo valore in un contesto ordinario di civiltà. Scrive Földényi:

«Rappresentando l’Inferno soprattutto come [...] eccesso, dimostra che lo scrittore cercava innanzitutto l’infinito nel finito. [...] la descrizione dell’Inferno non è così sconvolgente [non] solo perché Dostoevskij è un ottimo osservatore, bensì perché ha scoperto l’illimitato in tutto ciò che ha confini. Cercava il divino, anche se in questo libro questa parola è poco frequente. Ma lo cercava anche là dove l’assenza di Dio era più evidente. In questo caso la condizione per ritrovarlo è uscire fuori dalla storia» [pp. 44-45].

La conversione di Dostoevskij avviene durante la prigionia in Siberia, nello stesso modo in cui, un secolo dopo, avverrà nel Gulag quella di Solženicyn. L’idea di libertà che emerge attraverso il confronto tra gli scritti di Dostoevskij e l’ideologia hegeliana della storia è complementare a quella espressa da Solženicyn nella conferenza della Stanford University. Come se: solo dall’Inferno sia possibile vedere il Paradiso, solo in situazioni di modernità ‘concentra(ziona)ta’ si riesca a ‘eccedere il mondo moderno’ e a percepire il Trascendente, il Fondamento al di là della pura materialità. In questo senso, si comprendono bene le parole [citate a p. 45] che Dostoevskij disse a Vsevolod Solovjov (fratello del più celebre Vladimir), nelle quali viene più volte ribadita la natura eminentemente russa di questo modo di vedere e vivere le cose:

«Oh, per me è stata una grande felicità: la Siberia, i lavori forzati! Dicono che è terribile, uno scandalo, parlano di giusta indignazione… sciocchezze! Solo là avevo cominciato a condurre una vita felice, là avevo compreso me stesso… ho avuto coscienza del Cristo… dell’uomo russo, là ho capito di essere un russo anch’io, figlio del popolo russo. In quegli anni sono nate le mie idee migliori, che ora mi ritornano, ma non più chiare come prima! Le auguro di essere mandato ai lavori forzati!» .

Il fantasma della Dignità

27 luglio 2009

 

Fosse stato scritto quarant’anni fa e con uno stile leggermente diverso, sarebbe certamente stato inserito in qualche raccolta di racconti comico-surreali. Oggi invece compare negli articoli di cronaca dei giornali e se ne scrive con la seriosità del caso. La scoperta è di quelle sensazionali: a breve potrà essere calcolato il valore esatto – al centesimo di euro – della Dignità della donna. Di questa grande scoperta siamo indirettamente debitori al dott. Heribert Rech e al prof. Ulrich Goll, rispettivamente Ministro degli Interni e Ministro della Giustizia di un land tedesco, il Banden-Württemberg, che, nell’esercizio delle loro funzioni, renderanno necessaria – e quindi possibile – questa straordinaria conversione di un valore astratto in moneta corrente. Com’è noto, la cosa si fa da tempo immemorabile, ma fino ad ora era relegata al commercio privato: era facoltà di ogni singolo cittadino mettere in vendita la propria Dignità a un prezzo da lui stabilito o concordato col compratore. Questo tuttavia poneva la compravendita della Dignità parzialmente al di fuori delle logiche che regolano il Mercato. D’ora in poi ciò non avverrà più. Non solo la dignità avrà un prezzo, stabilito per legge, ma questo sarà consultabile nelle pagine economiche dei giornali.

I fatti. Qualche mese fa i giornali avevano dato notizia di una singolare iniziativa promozionale lanciata da una catena di bordelli tedeschi: la consumazione ”flat rate“: «con 70 euro i clienti possono aver ragazze, bevande e cibo a volontà. Allo stesso prezzo, anche la maîtresse della casa d’appuntamenti (una donna non più giovane, ma alquanto esperta) è disponibile a partecipare alle attività del locale. Secondo le operatrici del settore, la crisi economica ha ridotto del 20% il numero dei clienti che frequentano le case chiuse, legalizzate in Germania dal 2001». L’idea della flat rate è nata negli Stati Uniti, nel mondo della ristorazione; là da molti anni esistono ristoranti che applicano la formula “all-you-can-eat“: prezzo fisso e il cliente mangia ciò che vuole e quanto vuole. L’applicazione al mondo della prostituzione è stata resa necessaria dal fatto che, in Germania, i bordelli sono imprese che non hanno diritto agli aiuti di Stato contro la recessione perché… «se anche falliscono non costituiscono un “rischio sistemico” all’economia tedesca, cioè non minacciano di fare fallire a catena altre attività».

L’iniziativa ha avuto grande successo e quindi si pensava che tutti potessero vivere felici e contenti, in una società prospera, civile e liberata. E invece è arrivato lui… Goll! Il ministro, esponente del Partito Liberale ed ex docente di Diritto del lavoro alla Fachhochschule di Weingarten, ha deciso di intervenire, sull’onda delle proteste di esponenti politici e delle ”organizzazioni per la difesa della dignità della donna”. Goll sostiene che i bordelli vanno fermati perché, cito testualmente: «nel modo in cui i bordelli fanno pubblicità “c’è una violazione della dignità umana delle prostitute che lavorano lì”». Aggiunge il collega Rech, cattolico del CDU: «il prezzo suggerisce che lì le donne sono sfruttate». È quindi una questione di comunicazione e prezzo!

Se i problemi sono questi, una delle responsabili della catena ha buon gioco a difendersi, sostenendo che invece il prezzo è giusto: «I clienti, chiarisce, raramente vanno oltre le due sessioni di incontri sessuali, ragion per cui le donne non sono costrette a fare più lavoro di prima. “Semplicemente, porta più clienti – ha spiegato –. Difficilmente qualcuno lo può fare più di due volte. Di base, quindi, la flat rate si riduce a una birra gratis”». Siamo di fronte a una vera e propria contrattazione per il prezzo della prestazione tra il governo del land e la catena di bordelli! A questo punto è possibile che, se saranno sporte denunce, il caso possa venir dibattuto in tribunale, dove presumibilmente verrebbero applicate le leggi sul lavoro che tutelano i dipendenti. Il tutto si risolverà quindi stabilendo un prezzo equo per la prestazione sessuale. In questo modo la Dignità della donna sarà tutelata proprio perché le sarà dato un prezzo. Magari si arriverà anche ad una regolamentazione dell’offerta che, di lì in avanti, verrà pubblicizzata in modo diverso.

Ma allora, se la questione è solo ‘economico-legale’ (e, al limite, di ‘cattiva pubblicità’), a che vale agitare il fantasma della Dignità, questo ‘personaggio retorico’? Vale a mettere in scena il consueto teatrino, la ‘moralità’ del nostro tempo. Il dramma è già iniziato: entrano in scena Ordine, Giustizia e Pulizia: «È così partita una retata di massa, effettuata da 700 poliziotti in numerose città. Due bordelli sono stati chiusi per cattive condizioni igieniche e sospetto sfruttamento di lavoratrici emigrate clandestine». Dall’altra parte della scena arrivano a fronteggiarli Diritto, Progresso e Libertà: «Un gruppo di 77 lavoratori e lavoratrici di questi club ha pubblicato a pagamento sui giornali un atto d’accusa contro le autorità: dietro gli attacchi alla flat rate, dicono, c’è l’obiettivo di mettere al bando le case di piacere». Alla fine, se tutti gli attori faranno la loro parte senza inutili protagonismi, vinceranno tutti; perchè, al contrario di quanto accadeva nelle ‘moralità’ medievali, in quelle moderne non c’è una reale contrapposizione tra i vari personaggi allegorici. Se tutto procederà per il meglio, Everyman/woman e Dignità verranno portati in trionfo da Ordine, Diritto, Giustizia, Libertà, Progresso e Pulizia (tutti insieme, ”più belli e più superbi che pria”) al cospetto del dio Mammona.

Il culto di Condom – Premesse generali

24 luglio 2009

Quando l’uomo smette di credere in Dio, non è vero che non crede più a nulla, crede a tutto.

(Attribuita a Gilbert Keith Chesterton)

Il tema di questa serie di post è serio, anzi per certi versi tragico. Userò tuttavia un linguaggio lieve, sia per cercare di alleggerire la necessità di dover scrivere cose note a una parte dei miei quattro lettori, sia perché credo che uno stile paradossale si adatti meglio di ogni altro all’intima natura del tema in oggetto.

Due sere fa, stavo cercando nella mia pagina facebook un link che avevo pubblicato quattro mesi or sono. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che il link era sparito: c’erano quelli che avevo pubblicato precedetemente e quelli che avevo pubblicato successivamente; tutti, tranne quello. La cosa ha incominciato a insospettirmi; lo avevo pubblicato nei giorni delle polemiche che avevano investito il Papa in seguito alle sue dichiarazioni sulla scarsa efficacia del preservativo come unico strumento per combattere l’Aids in Africa. Il link rinviava a questa pagina di amazon.com che presenta un approfondito studio sul campo del dott. Edward C. Green, direttore del Progetto di ricerca sulla prevenzione dell’Aids dell’Università di Harvard (cioè di una delle più prestigiose del mondo e certo non un ateneo cattolico…), le cui conclusioni sono sostanzialmente in linea con la posizione espressa da Benedetto XVI (qui una breve recensione del libro nella nostra lingua).

Certo, non poteva essere casuale il fatto che mancasse proprio quel link. È in effetti non lo è per nulla, come ho appreso da questo articolo di «Repubblica» - inopinatamente(?) pubblicato nella sezione “Tecnologia” -, nel quale si dà notizia di un gruppo di utenti di facebook che sono stati censurati dai gestori del sito nel bel mezzo di una discussione sulla frase del Papa, sviluppatasi in seguito alla loro pubblicazione on-line di un editoriale di «Avvenire». La pagina con la discussione è sparita di punto in bianco, senza alcun tipo di avvertimento o spiegazione. Evidentemente il mio link, trattando lo stesso argomento, è stato eliminato nel corso di un lavoro di ‘ripulitura’ effettuato dopo ‘l’incidente’ di cui dà conto «Repubblica». Nelle Condizioni di utilizzo del social network l’unico riferimento a situazioni di questo genere è il divieto di “infrangere la legge” (quella della California?) e di “ledere i diritti altrui”, non meglio specificati. Possiamo quindi inferire che pubblicare “messaggi offensivi”, ad esempio, sia un modo di non rispettare i diritti altrui. Se è così, bisogna quindi predere atto del fatto che uno studio dell’Università di Harvard per i gestori di facebook è un “messaggio offensivo”.

Non contento, comincio a indagare su come tale norma è applicata. Inserisco nel motore di ricerca del sito le parole “pope” e “aids” e scopro che sull’argomento ci sono oltre cinquanta ‘gruppi’ in varie lingue. Di questi, due – in lingua inglese e con pochissimi iscritti – sostengono la posizione di B.XVI; tutti gli altri sono recisamente contrari e in molti di essi si sprecano: insulti, blasfemie assortite, attacchi pesanti al Papa, alla Chiesa Cattolica o alla religione in genere. Questi evidentemente non sono considerati “messaggi offensivi”. Si deve quindi supporre che l’operazione di ‘ripulitura’ debba essere stata piuttosto accurata, se si è avuta persino l’accortezza di lasciare i due minuscoli gruppi ‘papisti’ a testimoniare la democraticità del sito! A questo punto, le mie remore sono scomparse.

Siccome sono restio a credere alle teorie sui complotti, ho cercato di analizzare il problema in un’ottica antropologica. L’unica spiegazione plausibile che possa dar conto di una tale differenza di valori etici e di sensibilità è che i gestori di facebook appartengano una religione idolatrica, quella del dio Condom. Questo culto, diffusissimo nei Paesi occidentali, si fonda su una versione riveduta e corretta di quel concetto di “fertilità” tanto caro a James G. Frazer. La differenza sta nel fatto che, mentre l’arcaica promessa di fertilità aveva carattere fondamentalemente agricolo, riguardando l’abbondanza dei frutti dei campi e del numero dei figli, la salute, la ricchezza e la prosperità in genere; quella nuova si limita alla promessa della protezione dalle malattie, del soddisfacimento delle pulsioni sessuali per un numero N di volte (dove N è un numero a piacere) e di non generare figli – il che la fa invero apparire come una sorta di ’doppio carnevalesco’ della fertilità. Per la verità essa veicolerebbe anche una promessa di ricchezza, ma questa riguarda solo una ristretta casta sacerdotale; a meno che non si consideri tale quella ‘indiretta’ derivante dal mancato concepimento dei figli.

Il culto si basa su un unico dogma: quello dell’infallibilità del dio Condom. A qualcuno ciò potrà far venire in mente un dogma cattolico, quello dell’infallibilità papale. Occorre allora precisare che le due credenze non sono quantitativamente confrontabili. Se infatti l’infallibilità del Papa è una prerogativa che si palesa rarissimamente – solo quando proclama un nuovo dogma o afferma definitivamente una dottrina rivelata -, la fede nell’infallibilità del dio Condom si esprime ogni giorno, milioni e milioni di volte in tutto il mondo. Va detto che il dogma si basa su un valore oggettivo: l’alta affidabilità del profilattico, che le aziente produttrici quantificano in un 98% (se e solo se è usato corretamente e in certe condizioni). Il dato, tuttavia, per l’adepto non ha un reale valore scientifico, è semplicemente un altro modo di esprimere la formula con cui si evoca il dio: “Sesso sicuro!”. Questa formula - simile a un mantra – egli l’ha sentita ripetere un numero altissimo di volte, sin da quando era bambino, dai più diversi ‘agenti educativi’. L’associazione dei due termini ha per lui un significato magico che lo proietta immediatamente in quel sogno di moltiplicazione delle “piccole morti” freudiane , di cui s’è detto.

Proprio in ragione del dogma, il ‘condomita’ tende a rifuggire un franco dialogo interreligioso. Se per ipotesi, in una discussione, si provasse a fargli notare che quel “98%” significa che 1 volta su 50 il dio Condom sbaglia, in qualche caso si vedrebbe lo sguardo dell’adepto adombrarsi… (anche perché 49 può essere un numero N a piacere, ma anche no). Questo ci introduce gli aspetti del culto lagati ai tabù. Essendo il dogma di natura mitica e non il frutto di un lungo confronto dialettico, gli adepti non tollerano che circoli il minimo dubbio sulla loro verità di fede. Ciò spiega l’annosa “guerra di religione” col Cattolicesimo, che ostinatamente si contrappone al culto di Condom, arrivando addirittura a mettere in dubbio la veridicità del dogma, soprattutto in riferimento all’uso del profilattico nei Paesi africani e in molti Paesi asiatici. Com’è noto, la critica cattolica si sviluppa su due piani, uno ‘morale-antropologico’ e un altro ’strategico-pragmatico’. Dal punto di vista morale la Chiesa Cattolica combatte il dio Condom in quanto esso è in aperto contrasto con la sua concezione della sessualità, non solo perché il preservativo è uno strumento che impedisce la procreazione, ma anche perché contribuisce in modo decisivo ad affermare l’idea che l’atto sessuale possa essere qualcosa che si può ‘consumare’ e ‘commercializzare’, come una qualsiasi merce ‘usa e getta’. Dal punto di vista ’strategico’, invece la Chiesa si limita a sostenere quella che, più che una verità, è un’ovvietà: il fatto cioè che, nei casi di malattie sessualmente trasmissibili, la castità dà maggiori garanzie del dio Condom, la cui efficacia, per quanto alta, non potrà mai essere assoluta.

Se tuttavia in Occidente l’efficienza del preservativo come strumento di protezione è attestata su standard molto alti, ciò non accade in moltissimi Paesi asiatici e soprattutto africani, dove, per vari motivi (climatici, culturali, socio-economici), la sua efficacia profilattica si riduce drasticamente. Ormai questa grande differenza di performatività è un dato scientifico acclarato che dovrebbe spingere a promuovere strategie di lotta All’Aids che non prevedano esclusivamente l’uso dei preservativi. Ciononostante, se si prova a farne cenno ai ‘condomiti’, essi sentono minacciata la loro religione; in genere accade che si stracciano le vesti e accusano l’interlocutore di “partire da posizioni dogmatiche e preconcette”; se è in loro potere gli toglieranno la possibilità di  esprimersi, altrimenti non accetteranno comunque il confronto e lo trasformeranno in ‘zimbello’, descrivendolo nel migliore dei casi come lo ’scemo del villaggio’ e nel peggiore come un corresponsabile di genocidi di massa. Questo perché, per un ‘condomita’, il problema che non si può risolvere coi profilattici, si potrà certamente risolvere con più profilattici.

[CONTINUA]

«O horrible, O horrible, most horrible!»

21 luglio 2009

Nel bel libro di Martin Mosebach Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico (da poco pubblicato in edizione italiana dall’editrice senese Catagalli) c’è un capitolo in cui l’autore si sofferma sui rapporti che intercorrono tra la liturgia e l’arte e l’architettura sacre. La tesi fondamentale qui sviluppata da Mosebach – che è anche una delle ‘travi portanti’ dell’intero libro – consiste nell’evidenziare come, poiché sin dall’antichità questi tre ambiti erano strettamente legati l’uno all’altro per motivi sia estetici che funzionali, l’ignoranza riguardo i loro mutui rapporti e una cattiva liturgia non possano che produrre un’arte sacra e un’architettura kitsch (termine che ovviamente l’autore utilizza nel suo significato originario), com’è in effetti accaduto, nella stragrande maggioranza dei casi, dal Concilio Vaticano II in poi. La tesi dello scrittore tedesco appare al lettore ben argomentata e per molti versi condivisibile, anche se ha il difetto di voler esaurire un discorso che in realtà è molto più ampio e complesso. I fenomeni da lui descritti andrebbero infatti contestualizzati nel clima che caratterizzava quegli anni anche al di fuori del mondo cristiano-cattolico. Anni nei quali parole come “rito” e “liturgia” divennero ‘parolacce’ (e, in parte, continuano ad esserlo), accettate al massimo come forme di ingenua sincerità e creatività nelle culture ‘altre’ – all’epoca al centro di un vasto fenomeno di “riscoperta”. Nel mondo occidentale, riti e liturgie – religiosi e non – erano considerati dei cascami del passato di cui liberarsi o, quanto meno, da riformare radicalmente, dopo averli fatti passare al vaglio di analisi linguistiche e comunicazionali che avrebbero liberato i loro contenuti essenziali da tutti gli ammennicoli folcloristici. Poiché “l’abito non fa il monaco”, la forma non è altro che superficie, al massimo “sovrastruttura”, solo il contenuto (rigorosamente al singolare!) deve contare. Chiaro che un clima del genere non potesse non interagire con le discussioni conciliari sulla riforma della liturgia che furono sia causa che effetto di questa sensibilità ‘anti-rituale’ che Mosebach non esita, in modo un po’ spericolato ma stimolante, a paragonare ai furori iconoclasti dell’VIII secolo e della riforma protestante. Proprio nel mettere in evidenza i guasti e le brutture di quegli anni e le loro nefaste influenze, dalle quali siamo ben lontani dall’esserci liberati, il discorso di Mosebach si fa efficace ed assolutamente convincente, al punto da risultare addirittura trascinante.

Alla fine del capitolo in questione – intitolato La liturgia è arte -, dopo una serie di esempi assai efficaci, Mosebach raggiunge il culmine del suo discorso soffermandosi su una poesia dello scrittore e pittore Robert Gernhardt (1937-2006, nell’edizione italiana chiamato erroneamente Gerhardt). Quest’ultimo in Germania era conosciuto soprattutto come grande umorista e va detto che la poesia in questione non smentisce certo questa fama. Mosebach sottolinea il fatto che Gernhardt fosse una persona affatto distante dalla Chiesa (forse nemmeno credente) e dunque lontanissima dallo stereotipo del cattolico conservatore, nostalgico dei bei tempi andati. Ciononostante ha sentito il bisogno di dedicare una poesia a una chiesa, quella di St. Mariä Himmelfahrt (S. Maria Assunta) ad Ahaus, che gli abitanti chiamano familiarmente St. Horten. Questa chiesa, costruita nel medioevo in stile gotico, negli anni Sessanta del secolo scorso, invece che essere sottoposta alle necessarie opere di restauro, è stata rasa al suolo e rimpiazzata da un edificio moderno in calcestruzzo – progettato dal noto architetto Erwin Schiffer -; solo il vecchio campanile è stato risparmiato. Per colmo d’ironia, in alcune guide della città di Aharus, pare si citi la poesia di Gernhardt quasi fosse un vanto. Ecco il testo, tradotto da Leonardo Allodi [qui si può leggere l'originale in Tedesco]:

 

St. Horten ad Ahaus

Ad Ahaus si trova una chiesa,
che gli abitanti chiamano St. Horten. 
Dentro e davanti a tale luogo, 
il forestiero si ferma esterrefatto.

Questa cosa si erge e sta ferma,
la stupidità è concreta.

Per questa chiesa ad Ahaus
ne è stata demolita una antica.
ancora in piedi rimane il campanile,
tutto il resto è per sempre perduto.

Incombe minacciosa, completamente grigia e spoglia,
la stupidità è brutale.

Lo spettacolo della chiesa di Ahaus
fa allo stesso tempo piangere e ridere.
Squallido, ciò che essi osano,
ridicolo, ciò che qui si è fatto:

Ci si gloria della propria immondizia,
la stupidità è complessa.

La chiesa di St. Horten ad Ahaus
per mille anni ancora
dirà ai visitatori attoniti di fronte a tutto ciò
quanto siamo stati accondiscendenti.

Considerato il tormento della scelta,
la stupidità è totale.

 

Il testo è a tal punto sarcastico ed evocativo da istillare nel lettore – essendo il libro di Mosebach privo di illustrazioni – la curiosità, un po’ voyeristica, di ‘vedere il mostro’. Grazie ad internet, questo genere di curiosità è destinato ad essere soddisfatto in breve tempo. Per cui sono lieto di offrire al gentile pubblico questa grande attrazione. Essendo d’aspetto davvero spaventevole ho ritenuto oppurtuno, come accadeva nei vecchi freak show, celare il mostro alla vista degli animi più sensibili, ponendolo all’interno di un ‘baraccone’. L’entrata è a offerta libera.

Prego signori, ora i più coraggiosi tra voi, a loro rischio e pericolo, possono varcare…

L’ENTRATA

Confesso che, quando ho visto quest’immagine, mi sono ritrovato preda di un contorcimento delle viscere che avevo provato poche volte in precedenza. Probabilmente è la medesima sensazione che gli antichi greci avvertivano quando ascoltavano i racconti mitici sul Minotauro e sulla sua orribile doppia natura umana/animale. Per noi oggi, tuttavia, il Minotauro non è più così spaventoso. Secoli di studi classici ce lo hanno reso persino simpatico; e poi il toro è un animale gagliardo, simbolo di potenza virile. Quella sensazione… io l’avevo provata… in effetti… quando da bambino, in televisione,  avevo visto una sorta di ‘moderna versione pop’ del mito del Minotauro. In particolare, le viscere mi si erano rivoltate quando mi ero trovato al cospetto di questa scena!

Speriamo che anche la realtà ci riservi un simile lieto fine…