«Et verbum caro factum est et abitavit in nobis»
[Gv 1,14]

In occasione del santo Natale, consiglio vivamente - a chi non l’avesse già fatto – la lettura del testo del bellissimo discorso pronunciato dal Papa in occasione dell’udienza generale di ieri. In questa sede propongo una riflessione su due aspetti ’storici’ del discorso del Pontefice.
B.XVI ha esordito facendo un breve ma significativo cenno all’origine storica della festa:
«Il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre è stato Ippolito di Roma, nel suo commento al Libro del profeta Daniele, scritto verso il 204. Qualche esegeta nota, poi, che in quel giorno si celebrava la festa della Dedicazione del Tempio di Gerusalemme, istituita da Giuda Maccabeo nel 164 avanti Cristo. La coincidenza di date verrebbe allora a significare che con Gesù, apparso come luce di Dio nella notte, si realizza veramente la consacrazione del tempio, l’Avvento di Dio su questa terra. Nella cristianità la festa del Natale ha assunto una forma definita nel IV secolo, quando essa prese il posto della festa romana del “Sol invictus”, il sole invincibile; si mise così in evidenza che la nascita di Cristo è la vittoria della vera luce sulle tenebre del male e del peccato.»
Nonostante il Papa usi prudentemente il condizionale, mi sembra chiarissima la sua propensione a dar fiducia alla tradizione cristiana secondo la quale Cristo sarebbe effettivamente nato il 25 dicembre. Ciò in contrasto con quanto tuttora sostiene gran parte degli storici (per i quali si sarebbe scelta la data solo in funzione ‘anti-pagana’, per sovrapporre la nuova festa a quella vecchia), ma in linea con le note recenti scoperte, che – guarda caso - ripropongono l’ipotesi del 25 dicembre proprio a partire dal Tempio e dalla sua liturgia.
La lettura di B.XVI – fondata su un’antichissima tradizione esegetica – pone naturalmente l’accento sul concetto di Incarnazione: in ragione della coincidenza con la festa della Dedicazione, il corpo del Salvatore nascente è il nuovo Tempio. Lo sviluppo di questa centralità del Corpo, tuttavia, si completa solo nel medioevo, quando – dice il Papa – viene ‘codificata’ la particolare atmosfera della festa…
«grazie a san Francesco d’Assisi, che era profondamente innamorato dell’uomo Gesù, del Dio-con-noi. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, nella Vita seconda racconta che san Francesco “Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano“».

Continua B.XVI:
«Da questa particolare devozione al mistero dell’Incarnazione ebbe origine la famosa celebrazione del Natale a Greccio. Nella prima biografia, Tommaso da Celano parla della notte del presepe di Greccio in un modo vivo e toccante, offrendo un contributo decisivo alla diffusione della tradizione natalizia più bella, quella del presepe. La notte di Greccio, infatti, ha ridonato alla cristianità l’intensità e la bellezza della festa del Natale, e ha educato il Popolo di Dio a coglierne il messaggio più autentico, il particolare calore, e ad amare ed adorare l’umanità di Cristo. Tale particolare approccio al Natale ha offerto alla fede cristiana una nuova dimensione. La Pasqua aveva concentrato l’attenzione sulla potenza di Dio che vince la morte, inaugura la vita nuova e insegna a sperare nel mondo che verrà. Con san Francesco e il suo presepe venivano messi in evidenza l’amore inerme di Dio, la sua umiltà e la sua benignità, che nell’Incarnazione del Verbo si manifesta agli uomini per insegnare un nuovo modo di vivere e di amare. Il Celano racconta che, in quella notte di Natale, fu concessa a Francesco la grazia di una visione meravigliosa. Vide giacere immobile nella mangiatoia un piccolo bambino, che fu risvegliato dal sonno proprio dalla vicinanza di Francesco. E aggiunge: “Né questa visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nel cuore di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa“. [...] In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto, così come facciamo con un neonato.»
Proprio la descrizione della scena del sogno probabilmente ha contribuito in modo decisivo a nutrire la tradizione secondo la quale Francesco sarebbe stato l’inventore del presepio. Pur soffermandosi a lungo sulla sua straordinaria ‘invenzione del Natale’, così come lo intendiamo noi oggi, B.XVI non rinuncia in questo caso a rettificare la notizia riguardante il presepio. È quasi una parentesi, una ‘nota a piè di pagina’, nel discorso su Francesco; ma proprio per questo è importante soffermarsi su di essa. A proposito della celebrazione dell’eremo di Greccio, il Papa dice:
«Essa, probabilmente, fu ispirata a san Francesco dal suo pellegrinaggio in Terra Santa e dal presepe di Santa Maria Maggiore in Roma.»
Francesco, quindi, non avrebbe ‘inventato’ il presepio, nel senso in cui oggi il termine viene utilizzato a fini di ‘registrazione all’ufficio brevetti’. Non l’avrebbe visto per la prima volta in sogno, come sembrerebbe suggerire il Celano nel suo racconto. Avrebbe ’solo’ ‘inventato’ – in questo caso nel senso etimologico del verbo, cioè ’trovato’ – lo spirito, il senso della festa. Ma a partire da cosa? Dove, cioè, avrebbe cercato il senso, lo spirito? Ci aiuta a rispondere alla domanda il grande storico del teatro Edmund K. Chambers (1866–1954) che, nel secondo volume del suo fondamentale The Mediaeval Stage (1935), scrive:
«Il ‘presepe di Natale’ o ‘presepio’ è una rappresentazione più o meno realistica della Natività, con un Cristo-bambino nella mangiatoia, Giuseppe e Maria, e molto spesso un bue e un asino; è un elemento caratteristico di tutti i paesi cattolici in periodo natalizio. A Roma, in particolare, l’esposizione del Santo Bambino si svolge con una grande cerimonia. Una tradizione attribuisce il primo presepio conosciuto in Italia a San Francesco, che si dice lo abbia inventato a Greccio nel 1223. Ma è un errore. L’usanza è di molti secoli più antica. Il suo luogo d’origine è la chiesa romana di S. Maria Maggiore o Ad Praesepe, altrimenti detta ‘basilica di Liberio’. Qui già nell’ottavo secolo [in realtà già nel quinto, quando papa Sisto III fece costruire in chiesa una "grotta della Natività"] c’era un ‘Praesepe permanente’ [che nelle fonti è chiamato «oratorium sanctum quod praesepe dicitur» o «camera praesepii»], probabilmente costruito a imitazione di quello che esisteva già da tempo a Betlemme, al quale si allude negli scritti di Origene [Contra Celsum, I.51]. Il Praesepe di S. Maria Maggiore in origine era nella navata destra. Quando nel 1585-90 è stata costruita la Cappella Sistina, è stato spostato nella cripta, dove ora può essere visto. Questa chiesa diventò una ‘tappa’ fondamentale per i servizi liturgici del Papa a Natale. Il Papa infatti celebrava qui la Messa della Vigilia, e vi rimaneva fino a quando aveva celebrato anche la prima Messa della mattina di Natale. Il pane era spezzato sulla mangiatoia, che svolgeva la funzione di altare. Del resto, a S. Maria Maggiore, conservata in in una teca, c’è una reliquia importante della mangiatoia o culla di Cristo, che viene esposta nel presepio in occasione del Natale. È dimostrato che il presepio di S. Maria Maggiore divenne poi il modello per altre cappelle simili a Roma, e senza dubbio per le strutture temporanee analoghe dell’Italia e più in generale dell’Europa occidentale.»

Va detto che in realtà il celebre ‘presepio’ allestito dal Poverello di Assisi fu diverso da come ci appare rappresentato da Giotto tre quarti di secolo dopo [si veda l'immagine in testa al post]. Secondo il Celano (che, ricordiamolo, scrive nel 1228, in occasione della canonizzazione di Francesco):
«Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucarestia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo.»
Francesco non avrebbe quindi fatto altro che ‘trasportare’ la liturgia natalizia celebrata a Santa Maria Maggiore fuori dalle chiese, in quello che qualche artista contemporaneo potrebbe chiamare un ‘allestimento’, atto a mostrare al gruppo dei partecipanti la scena ‘originale’ e a far loro vivere le medesime sensazioni fisiche (il freddo, il buio, il contatto con la natura ecc.) provate dalla Sacra Famiglia al momento della Nascita di Cristo. Gli unici ‘personaggi’ presenti in carne ed ossa sono il bue e l’asinello (che compaiono nel vangelo apocrifo chiamato Pseudo-Matteo che a sua volta li riprende da Isaia 1,3), il ‘Bambinello’ è in realtà l’ostia che viene consacrata.
Il lungo percorso del presepio avrebbe quindi previsto: l’Avvenimento originario a Betlemme; il rinvenimento della reliquia della ‘culla di Cristo’ (il valore della quale sta nell’essere un oggetto che è stato a contatto col Corpo di Cristo); la costruzione della Basilica della Natività nel luogo dell’Avvenimento; il trasporto della reliquia a Santa Maria Maggiore; l’allestimento di uno spazio specifico (la “grotta della Natività”) all’interno della chiesa nel quale celebrare i riti eucaristici natalizi a contatto con la reliquia (il pane spezzato, usando la mangiatoia come altare); la celebrazione dell’eremo di Greccio. Ferma restando la presenza dell’Eucarestia, il passaggio da Santa Maria Maggiore a Greccio sarebbe quindi segnato dalla sostituzione della reliquia con l’esperienza fisica dei partecipanti. In quest’ottica, l’operazione compiuta da Francesco sarebbe una variante rispetto ad altre ’soluzioni’ elaborate precedentemente da comunità che, essendo sprovviste della reliquia, hanno ‘implementato’ la liturgia in senso ‘teatrale’. Mi riferisco naturalmente ai cosidetti ‘drammi liturgici’ del ciclo natalizio, come l’Officium pastorum (Officio dei pastori) che veniva celebrato prima dell’introito (il più antico a noi noto è quello di Rouen dell’undicesimo/tredicesimo secolo) e l’Officium stellae (Officio della stella) o Officium trium regum (Officio dei tre re), celebrato durante il Mattutino.
In tutte queste situazioni l’azione e la sensazione fisica sostituiscono la reliquia del Corpo.
La differenza è che in alcuni casi, col passare del tempo, si sviluppa l’aspetto legato all’azione fisica ‘teatrale’, per cui accanto all’Officium compare il Ludus e si crea una vera e propria serie di ‘azioni drammatiche’: l’Ordo Prophetarum o ‘Corteo dei profeti’ che preannunciano la nascita di Cristo; l’Officium pastorum che inscena l’annuncio ai pastori della nascita di Gesù; l’Officium o Ordo stellae che narra la venuta dei Re Magi, il loro incontro con Erode, l’adorazione del Bambino e l’offerta dei doni; e infine l’Ordo Rachelis, rievocazione della strage degli Innocenti - con il pianto di Rachele - e della fuga in Egitto della Sacra Famiglia.
In altri casi, invece, a partire da quello che abbiamo chiamato “l’allestimento di Francesco” si sviluppa soprattutto la volontà di mostrare e quindi le arti figuarative: uno dei primi esempi è proprio il gruppo scultoreo del presepio che Arnolfo di Cambio originariamente realizza (1288/1291) proprio per la “grotta” di Santa Maria Maggiore, e che rappresenta quindi la ‘restituzione’ della liturgia ‘prestata’ al santo di Assisi.

Quello qui brevemente analizzato è uno dei casi esemplari che dimostrano come – a differenza di quanto sostengono quasi tutti gli storici dell’arte – nel medioevo il più delle volte il teatro e le arti figurative erano due strade alternative; qualche volta erano invece elementi complementari che ‘compartecipavano’ alla ritualità liturgica e para-liturgica; quasi mai invece il dipinto o la scutura ‘ritraggono’ lo spettacolo teatrale. Questo perché il soggetto da ‘ritrarre’ non può essere una ‘rappresentazione’ (per cui si avrebbe la copia della copia, che non serve a nulla e non vale nulla), ma l’Originale, che, più che ‘rappresentato’, deve essere ‘ri-presentato’.
Colgo naturalmente l’occasione per AUGURARE A TUTTI UN SANTO NATALE COLMO DI GIOIA!



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