Apologia dell’Ozio in tempo di crisi

7 gennaio 2012

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Quo pertinet haec dicere? Ut appareat contemplationem piacere omnibus: aia petunt illam; nobis haec statio, non portus est.

[«E questo che cosa significa? che, manifestamente, a tutti piace la contemplazione; gli altri la cercano, per noi essa è una residenza, non un porto».]

Lucio Anneo Seneca, De otio, 7,4

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La lettura dell’ultimo splendido libro di Marc Fumaroli, Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini, sta rivelandosi quanto mai utile a confermare e sviluppare alcune mie idee e suggestioni sul passato, sul presente e sul rapporto che tra essi intercorre. Uno degli aspetti storico-culturali sviscerati dal grande studioso francese, tuttavia, a prima vista può apparire paradossale, se rapportato al momento politico-economico che stiamo vivendo. Eppure proprio l’analisi di questo particolare tema mostra fino a che punto la nostra epoca sia ‘scentrata’ rispetto a tutte quelle che l’hanno preceduta e abbia imboccato una via che sarebbe stata giudicata sconcertante fino a trenta/quarant’anni fa, quando la stragrande maggioranza delle persone – addetti ai lavori compresi – era convinta che il progresso tecnologico avrebbe sensibilmente aumentato la quantità di tempo libero a disposizione degli uomini. Mi riferisco alla rivalutazione critica del concetto di otium.

Una delle tesi portanti del discorso di Fumaroli è infatti la centralità delle concezioni di otium e negotium e dell’instaurazione dell’equilibrio tra queste due opposte e complementari modalità di vita, nelle diverse epoche. Naturalmente se il significato del termine negotium è chiaro anche già solo a livello intuitivo, essendo legato al tempo che l’uomo dedica alle attività produttive, quello di otium è va considerato nella sua accezione più ampia, integrando cioè quella proverbialmente negativa legata alla sterile improduttività che lo vuole «padre dei vizi». L’otium, in questo caso, è da considerare come il tempo sottratto alla «schiavitù del lavoro» che, nei casi migliori, può essere impiegato per attività di preghiera, contemplazione, o, più semplicemente, per ritemprare il fisico dopo le fatiche del negotium. In questo senso, si potrebbe dire che l’otium della classicità pagana possa essere considerato intimamente legato a quello che per noi è il Terzo Comandamento del Decalogo: «Osserva il giorno di sabato per santificarlo» (più comunemente enunciato come: «Ricordati di santificare le feste»).

In che modo, si chiede implicitamente il grande studioso francese, l’equilibrio e il rapporto che nelle diverse epoche si instaurano tra otium e negotium, tra vita contemplativa e vita attiva, incidono sulle vite delle persone e, più in particolare, sulle produzioni artistiche e sulla loro natura?

Com’è facile intuire, il problema posto da Fumaroli non solo è di straordinaria importanza per comprendere meglio il passato, ma si dimostra di scottante attualità in momento in cui le ricette per risolvere la crisi globale – insistentemente definita da tutti, ad eccezione di Papa Benedetto XVI e pochissimi altri, come puramente «economica» – si risolvono esclusivamente nel mettere a punto e nel proporre modi per aumentare la produttività e l’attivismo.

Per questo mi sembra importante ‘donare’ al lettore un lungo stralcio del libro (pp. 92-95), in modo da offrirgli la possibilità di «santificare la festa», come ha fatto il sottoscritto in occasione di questa Epifania del Signore [ho evidenziato in grassetto i passi più importati].

I filosofi greci avevano ravvisato, nel piacere e nella meraviglia, elemento divino del vivere e del conoscere umani, la finalità superiore di tutte le attività dei mortali. Il latino dei cristiani arriva a situare, al di là della ratio discorsiva, che ha i suoi limiti e le sue pretese, l’intellectus ricettivo e contemplativo, la cui visione dipende dall’amore e che si apre ai doni della grazia: due modi di «teorizzare» (da un verbo greco che significa «contemplare ») non ergendosi l’uno contro l’altro, ma chiamati ad alternarsi e a completarsi. Caratteristica dell’imperativo della redditività onnivora, comune a tutte le ideologie della modernità, le più insinuanti come le più brutali, la razionalizzazione dello sforzo fisico e di quello intellettuale crea un deserto per la religione come per le arti, per la libertà politica come per la felicità personale. Il divertimento e il lusso di cui si inebriano le nostre società ancora liberali sono solo fantasmi che occupano la loro noia e nascondono la riduzione, nel loro centro e nella loro periferia, della sfera dedicata all’otium disinteressato e contemplativo.

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In un ventunesimo secolo con tutti i pericoli e tutti i deficit di fiducia, in cui le incrinature visibili nella Pax americana non mancheranno di provocare analoghe e prevedibili conversioni e diserzioni, noi siamo più che mai in grado di comprendere l’antichità tardiva, il fallimento dell’Impero, il ricorso cristiano al monachesimo. Noi riviviamo quel dramma antico a velocità accelerata. Sappiamo trarne le dovute lezioni?

[…] Tommaso d’Aquino fu il primo a ritrovare e riabilitare, tra le virtù della teologia morale cristiana, l’otium greco-romano. Introdusse nell’elenco delle virtù cristiane ciò che il suo maestro di filosofia Aristotele, chiamava «eutrapelia», la benevolenza in società e il senso del gioco, senza i quali la serietà dell’anima e la salute del corpo sprofonderebbero nell’umor nero. Secondo Tommaso, la fede cristiana non è incompatibile con l’ironia, il sorriso, le convenzioni che rendono civile e gradevole la società umana.

[…] L’Umanesimo del Rinascimento italiano ha concepito, in risonanza e non in conflitto con l’otium monastico, una vocazione e una vacazione «colta», descritta da Petrarca: è un riposo attivo, durante il quale l’anima avanza e si eleva, nel suo dialogo con i grandi autori, verso la verità divina di cui avrà la visione plenaria solo al momento del Giudizio finale. Questo otium colto è tormentato nel cristiano Petrarca dal desiderio dell’inaccessibile Laura, raffigurata a volte da un’immagine-ricordo in cui gli capita, secondo sant’Agostino, di temere di adorare un idolo, altre volte dall’icona di Laura che il pittore Simone Martini «è andato a prendere in cielo»: è il ritratto di una Laura qual è realmente, che lui ritroverà in Dio, accessibile al suo amore puro e non ritrosa, testarda, ostile al suo desiderio. […]

Montaigne mette fine alla mescolanza petrarchesca di otium religioso e otium colto. La gioia assoluta di essere tutt’uno col mondo, pur vecchio e malato com’è, che lo invade alla lettura di Lucrezio e Virgilio evocanti Venere e la voluttà, e che confida al lettore del capitolo «Su versi di Virgilio», è contemporanea delle feste del colore che Tiziano, ancora giovane offriva ai principi e agli uomini di corte, delle sue Veneri nude in riposo o abbandonate tra le braccia di Marte o di Adone: altrettante allegorie sia dell’arte pittorica sia dei piaceri che appagano il riposo dell’uomo cortese e civilizzato.

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Molière, Madame de Sévigné, La Bruyère e tutti i nostri classici non hanno visto alcuna contraddizione tra il dono e l’arte di essere e rendere felici gli altri e il sentimento cristiano che non c’è vera felicità che in Dio.

L’otium antico si era riconosciuto nell’arte e nelle sue sapienti immagini, aveva fatto dei suoi architetti, pittori e scultori gli eguali dei poeti. E grazie all’otium dei moderni, laico ma non incompatibile con un otium cristiano reso più umano dal sorriso, che ancora una volta gli artisti sono stati esaltati e l’arte e le sue opere hanno rappresentato il tempo appropriato per uno sguardo silenzioso e attento, staccato dai fini immediati e ricettivo al fondo divino dell’anima e della natura. Nei «paesaggi eroici» del Poussin maturo il lampo del temporale, il serpente che morde, il corteo del funerale interrompono, per farla meglio percepire alla fragilità umana, la calma cosmica della natura e la stabilità delle architetture che questi eventi premonitori turbano solo per un istante. Il pittore del diciassettesimo secolo ha ritrovato a Roma il principio di traduzione del tempo in spazio e di sospensione dell’azione nel momento decisivo, che il greco Filostrato grande critico d’arte del terzo secolo, faceva osservare e ammirare nei dipinti mitologici dei pittori del suo tempo. Egli vi ha aggiunto queste brevi esplosioni di vulnerabilità, quali intimations of mortality.

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Le forme di società passano, la storia insegna che la loro costruzione ingiusta, né più né meno ingiusta della nostra, le rendeva provvisorie e le condannava alla rovina. Ma saranno giudicate anche, sul lungo termine, in base allo spazio e alle regole che esse hanno dato, sotto forme diverse, all’otium, condizione di esercizio fecondo sia della vocazione umana alla contemplazione sia di quella che porta all’agire, al fare, all’operare. La paura e l’orrore del vero riposo disumanizzano. Solo dal riposo contemplativo, dalla riflessione che esso autorizza, scaturiscono le fonti divine del poco di scienza, di saggezza, di giustizia, di amore, di felicità e di bellezza che i mortali possono trasmettersi per rendersi personalmente degni di stima.

FINE

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Quando la festa prende una brutta piega…

3 gennaio 2012

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A margine dei festeggiamenti per il capodanno, mi colpisce oggi la lettura di una serie di articoli che, pur riferendosi a fatti apparentemente assai diversi tra loro, sembrano essere uniti da un singolo comune denominatore.

Noi tutti siamo consci del fatto che ci attende un anno difficile; anzi che con ogni probabilità ci attendono degli anni molto difficili. Questa paura di ciò che ci riserverà il futuro non può che sfogarsi nello ‘spazio’ antropologicamente più adatto, quello della festa.

Nonostante nessun mezzo di comunicazione ne abbia parlato ‘a caldo’, oggi, dal racconto di una lettrice del “Corriere della sera”, apprendo che la festa di capodanno organizzata dal Comune di Milano è fallita miseramente:

Siamo arrivati in piazza giovani e famiglie sperando di vivere lo stesso clima che si era respirato alla vittoria di Pisapia. E siamo andati via, come moltissimi, stupiti per quello che vedevamo e con un senso di tristezza profonda. Pur essendo vietati botti e fuochi d’artificio, piazza Duomo viveva un clima da guerriglia urbana e guardando «sociologicamente» come era divisa la piazza si apre una riflessione importante sugli spazi pubblici a Milano e la gestione dell’ordine pubblico. Chi era venuto per vedere il concerto era circondato da giovani adulti, quasi esclusivamente uomini e di origine straniera, che sparavano botti e prendevano di mira le persone con violenza. Non un fenomeno isolato in vie secondarie ma al centro dell’evento, nelle gallerie, lungo le arterie principali, tanto da aver paura ad attraversare la strada. Come se Capodanno rappresentasse l’occasione per queste persone che quotidianamente vivono ai margini di prendersi spazio e di far avvertire in maniera dirompente la loro presenza.

Il risultato è stato l’impossibilità di convivere in modo sereno nello stesso spazio, separati nettamente dai petardi e da nazionalità diverse.

Al di là delle ironie che qualcuno potrebbe fare sul rapporto tra la citata vittoria di Pisapia e quanto qui viene raccontato, mi sembra chiaro che, antropologicamente parlando, la festa abbia preso una brutta piega perché una sua forma più antica, più ‘carnevalesca’ (nel senso originario del termine) in quanto legata alla sospensione delle norme sociali che regolano i rapporti tra le persone e allo scatenamento del caos e della violenza, abbia scacciato e ‘preso il posto’ della forma più moderna, ‘civilizzata’ e spettacolarizzata (il classico concerto in piazza). In questo senso, accanto alla condivisibile lettura sociologica della testimone oculare, se fosse confermato il fatto che gli ‘agenti del disordine’ erano stranieri (magari di recente immigrazione), si potrebbe anche pensare che il loro ‘prendersi la piazza’ sia stata la naturale conseguenza del loro modo di intendere la festa di capodanno.

D’altronde che la festa di capodanno abbia un’origine violenta ce lo ricorda ogni anno il rituale bilancio di morti e feriti a causa dei famigerati ‘botti’, quest’anno assai più pesante di quelli degli anni passati.

Se ci spostiamo al di là dell’oceano, scopriamo che là è d’attualità un altro genere di ‘botti’. Pare che mai come in occasione di queste feste di Natale(!) e capodanno, gli americani abbiano acquistato e regalato ad amici e parenti armi da fuoco. Se si tiene conto del significato antropologico degli scambi di doni nei giorni di passaggio dal vecchio al nuovo anno – intimamente legato a riti propiziatori della fertilità e apotropaici – si può ben comprendere quale genere di ‘fertilità’ gli americani si aspettino dal futuro e quali misure abbiano intenzione di prendere per scacciare gli ‘spiriti maligni’. Se è vero che al momento non si può affermarlo con certezza, c’è la possibilità che anche l’ultima ‘strage/suicidio’ consumatasi in un paese californiano, Coronado Island, sede dei Navy Seals (le forze speciali d’èlite della marina militare statunitense), possa essere posta in relazione con una festa di capodanno che ha preso una brutta piega.

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Il riferimento ai riti apotropaici e propiziatori di fertilità è il tema anche di un’altra tragica notizia, apparsa sui media occidentali in questi giorni, che per la verità riguarda fatti accaduti in India lo scorso mese di ottobre. All’epoca, nello Stato indiano di Chhattisgarh una bambina di sette anni era stata rapita dopo aver passato il pomeriggio a casa di un amichetto. Qualche giorno dopo il suo corpo senza vita era stato rinvenuto orribilmente mutilato.

Ora la polizia del distretto di Bijapur sa anche il perché: la scorsa settimana, infatti, due contadini hanno confessato di aver ucciso la piccola in sacrificio agli dei. Rajendra Narayan Das, un ufficiale della polizia locale che ha seguito l’inchiesta, ha detto che i due uomini hanno confessato di aver utilizzato il fegato della bambina in un rito che serve a garantire un raccolto migliore. La polizia è convinta di aver accumulato abbastanza prove (oltre alla confessione) per farli condannare all’ergastolo o alla pena capitale.

I due contadini fanno parte dei cosiddetti “tribali”, la popolazione indigena che è composta da circa 68 milioni di cittadini di cui molti crescono poveri e analfabeti (nella foto in alto una danza tribale nel West Bengala). Molti dei tribali di Chhattisgarh, la regione dove è stata uccisa Lalita, credono negli stregoni o nei guaritori, anche se i sacrifici umani sono un evento piuttosto raro.

Secondo una controversa, ma a mio giudizio corretta, linea interpretativa antropologica (i cui esponenti più noti sono James G. Frazer e René Girard) il sacrificio umano sarebbe all’origine delle istituzioni religiose e culturali di tutte le culture umane. Nel corso dei secoli, l’evoluzione delle istanze religiose e culturali avrebbe portato ad una sua sostituzione con altre forme di sacrificio (animale, vegetale, ‘performativo’ ecc.). Il problema è che, se non si esce dalla ‘logica sacrificale’, il sacrificio umano sta sempre ‘in soffitta’, pronto a tornare nel momento in cui le forme sacrificali più evolute e ‘soft’ si rivelano inefficaci a placare l’ira degli dei e a far cessare disgrazie e calamità naturali. Questo è il motivo per cui, come si dice nell’articolo, anche in quella ragione indiana il sacrificio umano sarebbe molto raro: è un rimedio ‘costoso’ e ‘prezioso’ che va utilizzato solo come extrema ratio. Il concetto è ben illustrato in un celebre film horror, “The Wicker Man” (1973) di Robin Hardy, in cui si immagina che, su un’insospettabile isola britannica dove sono stati riportati in auge antichi riti pagani, avvenga un omicidio rituale collettivo. Nella storia raccontata nel film, la vittima è il poliziotto giunto sull’isola ‘da fuori’ per indagare sulla misteriosa scomparsa di una bambina [cliccando sull'immagine sottostante è possibile vedere il finale del film].

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Uno degli aspetti più interessanti di “The Wicker Man” è il fatto che il ‘capotribù’ e gran sacerdote del culto del dio sole non è un contadino rozzo e ‘primitivo’, ma un nobile intellettuale di raffinata cultura e dal nome evocativo, Lord Summerisle (interpretato dal grande Christopher Lee). Quasi a suggerire allo spettatore che, anche se in forme diverse da quella arcaica mostrata nel film, il sacrificio umano non solo non è scomparso dalle nostre società, ma addirittura è celebrato dai leader politici e intellettuali.

Non si può escludere, quindi, che una delle risposte che verranno date alla grave crisi che stiamo attraversando sarà il riportare in auge i sacrifici umani, sia pur nelle forme moderne ‘rivedute e corrette’ che ben conosciamo.

In questo caso, l’unica risposta sarà praticare il sacrificio cristiano. Che Dio ci aiuti!

Il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica

1 gennaio 2012
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Avendo ascoltato, come molti italiani, il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, confesso di essere rimasto molto colpito da alcuni passaggi che, a mio giudizio, vanno segnalati per la lucida capacità di cogliere alcune questioni fondamentali del delicato momento storico che sta attraversando il nostro Paese. Li cito, offrendoli alla riflessione del lettore, permettendomi di evidenziare quelli che mi paiono gli snodi fondamentali del discorso:
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«Buona sera a tutti! Buon anno! […] Ma con quale coraggio il Capo dello Stato, un uomo come ciascuno di voi, si arrischia a fare auguri in questa situazione che, a volte, ha toni e realtà così negative
«Ebbene a me pare che proprio oggi in mezzo a tante fatiche, a tante prove, diventi essenziale l’augurio… a che serve un augurio quando tutto va bene? Il primo augurio è l’impegno per ciascuno di noi, di compiere con amore, con sacrificio e ad ogni costo il nostro dovere.»
«Ma vi può forse essere qualcuno che può puntare sul crollo dell’Italia? Qualcuno vi può essere che possa sperare che muoia, che cada questa democrazia? […] L’Italia libera e democratica deve vivere nella pienezza dei valori umani, deve risorgere con l’apporto di tutti e di ciascuno. Ognuno è indispensabile.E noi, popolo italiano, questa possibilità, questa capacità di risurrezione l’abbiamo con assoluta certezza.»
«I mali ci sono, e come, e quanti! Il male della immoralità politica, amministrativa, tocca i responsabili, ma non tocca, non può toccare le istituzioni. Le istituzioni sono vittima di questi atteggiamenti, non sono coloro che hanno compiuto questi fatti; le istituzioni hanno la forza della Costituzione e della volontà popolare.»
«Dal Parlamento si attendono le riforme che rigenerino con gli istituti costituzionali anche la vita politica italiana.»
«Se l’attuale sistema di controllo non è efficace e valido, in taluni casi addirittura compiacente e complice, è dovere intervenire urgentemente e drasticamente poiché l’attività di controllo è nell’interesse del cittadino come garanzia di legittimità e di pulizia; se questa garanzia è frodata o negata, è danno grave dell’interesse generale della comunità.»
«Il paese, la Patria, l’Italia chiedono ai poteri dello Stato di lavorare insieme per risorgere: sono certo della loro risposta positiva, che è indispensabile. Ma coraggio di verità ci presenta il debito pubblico eccezionalmente rilevante e grave ostacolo ad un dignitoso ingresso in Europa e direttamente connesso al quadro sociale [...]. Disoccupazione, sottoccupazione attuali e future rappresentano un male grave come lo è il debito pubblico che pure governo e Parlamento hanno affrontato con decisione come non mai; sono problemi che ci chiamano in causa personalmente nelle varie nostre responsabilità.»
«Ma allarghiamo lo sguardo all’Europa, al mondo. L’Europa risente di un calo di fede nella Comunità [...], risente l’Europa di risorgenti nazionalismi economici, monetari e persino politici. L’Italia vuole l’Europa e lavora per l’Europa, né raccoglie desolanti e saccenti condanne che giungono di lontano o infauste profezie che giungono ogni tanto da cattivi auguri intrisi di superbia e di meschinità. L’Italia vuole l’Europa. Ma nell’Europa c’è sofferenza e sangue. [...] L’Italia vuole l’Europa e vuole la Pace, e opera per l’Europa e opera per la Pace. Ma nel mondo ancora quanta ingiustizia, quanta fame, quanto squilibrio tra i popoli. Quanta violenza anche contro la natura, mentre c’è tanto bisogno di affermare e tutelare il diritto umano all’ambiente, di rispettare il dovere della salvaguardia della natura e quindi della persona, in particolare dei popoli che non hanno voce per farsi intendere. Ora, mi rivolgo a voi giovani
«È vero che voi giovani avete tante motivate preoccupazioni per il vostro avvenire; è vero! È vero che le difficoltà sembrano aumentare anziché affievolirsi, ma abbiate fede e coraggio anzitutto in voi stessi; siate ottimisti malgrado tutto, non gettate la spugna, non arrendetevi!»
«Non pensate che sia comodo per chi ha la mia età dire a voi queste cose, ma consentitemi di dire: anche noi abbiamo conosciuto l’incertezza del domani, abbiamo vissuto il terrore della guerra, abbiamo visto il sangue della lotta di liberazione che fu anche lotta fra fratelli, anche noi abbiamo, grazie a Dio, conosciuto gli stenti e rasentato la fame; anche noi fummo tentati di perdere la speranza, di gettare la spugna, ma l’eroismo di tanti e il coraggio di molti ci fu d’esempio e ci risvegliò: e la Patria risorse. Anche ora, è certo, è certo, risorgerà! Non ve n’è dubbio alcuno!»

MESSAGGIO DI FINE ANNO AGLI ITALIANI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA OSCAR LUIGI SCALFARO – Palazzo del Quirinale, 31 dicembre 1992
[Il testo del discorso è stato tratto dal sito ufficiale del Quirinale]
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Naturalmente il lettore più avveduto avrà compreso sin dalle prime righe che il mio riferimento iniziale non riguardava il discorso pronunciato ieri sera della Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: espressioni come “grazie a Dio” e l’uso reiterato del verbo “risorgere” non potevano essere usciti dalla bocca di un intellettuale di formazione laica come lui (che preferisce espressioni come: “L’Italia deve farcela e ce la farà”). Senza contare che qui si parla di “ingresso in Europa”, mentre oggi il nostro problema è rimanere nell’euro.
Che dire, però, di tutto il resto?
E sì che – come ci spiega il prof. Mauro Magatti qui sotto – qualcosa nel frattempo deve pur essere accaduto…
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NOTE:
(1) Il celebre libro di Karl Polanyi citato è naturalmente La grande trasformazione.
(2) Per sapere qualcosa di più sull’Indice di Gini, si veda la relativa voce wikipedia.
(3) Il discorso di Magatti è pronunciato di fronte a una platea di persone presumibilmente impegnate politicamente. Chissà se è solo un caso che, nel momento in cui il sociologo, dopo aver premesso che quanto dirà forse non piacerà all’uditorio, indica quale sarebbe, a suo giudizio, una possibile strada per risolvere i problemi (ultimo minuto del video),  si vedano persone che si alzano e se ne vanno…
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Logica della diffamazione

15 aprile 2010

 

 

Fino ad ora non ho mai usato il blog semplicemente per segnalare uno scritto comodamente consultabile su un sito. Oggi però non posso fare a meno di invitare a leggere un articolo di Maurizio d’Orlando su Asianews, intitolato Venti di guerra e crisi economica dietro gli attacchi al Papa, che cerca di spiegare il reale obiettivo della campagna diffamatoria che, da alcuni giorni a questa parte, si propone l’obiettivo di addossare a Benedetto XVI la responsabilità dei molti casi di pedofilia che hanno segnato la storia recente della Chiesa – in particolare, da una quarantina d’anni a questa parte.

Premesso che, di fronte a questi scandali (e non solo questi…), un cattolico non può che far proprio il richiamo alla penitenza del Santo Padre, lasciano perplessi proprio gli attacchi alla sua persona. L’incipit del pezzo di d’Orlando è, in questo senso, cristallino:

«La pedofilia è un grave scandalo. Che riguardi poi dei sacerdoti cattolici è uno scandalo ancor maggiore. Soprattutto, per un cattolico devoto, è un dolore simile a pochi altri. È inoltre anche un bene che gli scandali vengano alla luce. È infatti ancora peggio un cancro che divori nel silenzio non solo le anime, ma che pian piano inquini e distrugga dall’interno tutta la struttura dei rapporti dentro la Chiesa. Chi volesse poi cercare un mezzo per attaccare la Chiesa Cattolica non potrebbe trovare pretesto migliore e s’è visto in questi giorni con gli attacchi davvero gratuiti al Papa, [...]. Così, con un chiaro paradosso, proprio il papa Benedetto XVI, che in tempi recenti ha ripetutamente chiesto di non applicare alcuna tolleranza in tali casi, è stato preso di mira più di altri mai prima».

La natura sociale e antropologica di questo attacco mediatico andrebbe analizzata approfonditamente, e mi riprometto di contribuire io stesso a farlo tra un po’ di tempo, “a bocce ferme” (qualcuno, nel frattempo, ha già meritoriamente cominciato l’opera, sia in Italia che negli Stati Uniti).

Ma ora sento l’esigenza di prendere come punto di riferimento per il prossimo futuro l’articolo di d’Orlando e di segnalarlo qui, un po’ come si fa con un appunto importante che si tiene ben in evidenza sulla propria scrivania. Ovviamente non possiamo che augurarci che d’Amico sia vittima di una serie di abbagli e che le fosche prospettive da lui descritte si sciolgano al più presto come neve al sole. Qualcosa però mi dice che non è così. L’articolo è infatti molto ben documentato - per ogni notizia in esso contenuta è specificata la fonte, che risulta essere quasi sempre ‘insospettabile’ - e il sito sul quale è pubblicato si è segnalato, fino ad ora, per attendibilità e prudenza. Senza contare che le cose che in esso si affermano, pur essendo agghiaccianti, ormai fanno indubitabilmente parte del nostro “paesaggio mediatico” quotidiano e che la logica che lo informa pare ineccepibile.

Perché che la campagna diffamatoria ci sia stata e continui ad essere in atto è un fatto oggettivo. Al momento tutti gli attacchi portati a Benedetto XVI si sono rivelati inconsistenti alla prova dei fatti e dei documenti e, in qualche caso, sono apparsi persino goffi (avendo preso spunto da grossolani “errori di traduzione” come quelli citati da Paolo Rodari quiqui e qui). Cionondimeno è innegabile che sul “grande pubblico” essi abbiano avuto qualche effetto. A questo proposito, non si può fare a meno di sottolineare come in tutta la vicenda emergano…

«delle coincidenze che disturbano. Una prima coincidenza è che le numerose accuse (alcune risalenti anche a quarant’anni fa) sono spuntate tutte insieme, all’improvviso, come funghi, un po’ dappertutto in vari Paesi del mondo».

È ovvio che una campagna di tali proporzioni debba avere alle spalle delle grandi potenze economiche che agiscano perseguendo obiettivi concreti e - per loro – di primaria importanza. Sono quelli indicati da d’Orlando? Al momento è questa l’ipotesi che appare più probabile. Purtroppo, in attesa di saperlo, non si può fare molto più che tenere gli occhi aperti, vivere il futuro che ci attende e pregare.

Il celibato e l’ignominia della croce

2 aprile 2010

 

 

Le splendide riflessioni di Dag Tessore sul digiuno, proposte sul suo blog da Alessandro Giorgiutti, mi stanno aiutando a vivere più intensamente questo venerdì santo e mi stimolano a pubblicare un brano di un libro noto – anche se non quanto meriterebbe – su un altro aspetto della vita cristiana legato alla dialettica tra concupiscenza e continenza, che da decenni si trova al centro di polemiche quasi sempre pretestuose.

 

«[Il celibato dei cristiani per motivi religiosi] non è un problema specificamente cattolico. Anche i monaci del monte Athos (e non solo) e i vescovi ortodossi, decine di comunità e conventi protestanti lo praticano. Nell’ecumene cristiana quasi un milione di persone vive pur sempre nel celibato per motivi religiosi.

Da noi, però, la mentalità va in direzione opposta. Ci si comporta come se il celibato, nella chiesa cattolica occidentale, fosse a un passo dal crollare. Sembra non avere più fondamento. I più lo riconducono a un atteggiamento ostile verso la sessualità. [...] Anche nel clero secolare cattolico la motivazione è scesa talmente che si sente la battuta: “Oggi nessuno vuole più sposarsi, tranne gli ecclesiastici cattolici”. Eppure il matrimonio da tempo non è più quello che era una volta, a fronte del 40% di divorzi e della scelta di non avere figli.

Ma il detto di Gesù sugli eunuchi, la teologia paolina della croce e soprattutto la parola di Gesù sul portare la propria croce consentono una comprensione nuova e migliore del celibato per motivi religiosi nel cristianesimo. Secondo me è teologicamente possibile vedere in maniera nuova e rafforzare l’esigenza del celibato spirituale. Vedo davanti a me figure come Gesù, Giovanni Battista, Giacomo il cugino del Signore, Paolo.

 

Il detto di Gesù sugli eunuchi

Gesù ha detto: “Vi sono eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini. Ma vi sono anche eunuchi che rinunciano volontariamente al matrimonio per il regno dei cieli. Per così dire si sono fatti eunuchi essi stessi. Meditate bene queste parole” (Mt 19,12).

Oggi come allora il termine ‘eunuco’ non è una bella parola, ma indica qualcosa di morboso, di anormale.

Chi si fa volontariamente eunuco si espone allo scherno altrui. Rinuncia infatti alla cosa più normale e allo stesso tempo più preziosa – una famiglia. Chi sacrifica ciò per il regno dei cieli ha riconosciuto la signoria di Dio come il tesoro più grande. L’esortazione di Gesù “Meditate bene queste parole!” indica che potrebbe trattarsi di un mistero che si rivela soltanto a chi se ne occupa a lungo.

 

La teologia paolina della croce

Paolo parte dal presupposto che la croce sia la forma di condanna a morte più ignominiosa. Così viene giustiziato uno schiavo o un bandito. Viene messo pubblicamente in mostra mentre si strazia per ore. A differenza dell’impiccagione, esteriormente simile, l’agonia qui può durare molto a lungo. In 1 Cor 1 Paolo elenca una serie di caratteristiche che, a loro volta, significano ignominia: debolezza, mancanza di potere, povertà, stoltezza, mancanza di nobiltà, mancanza di prestigio. Chi deve patire qualcosa del genere è, come cristiano, dalla parte del Cristo crocifisso. Per Dio, però, sono preziose proprio persone del genere. Pertanto, anche Gesù crocifisso è il Messia e l’amato eletto di Dio. La parola croce in Paolo segna sempre il contrasto diretto con i valori borghesi ufficiali, oggi come allora. Chi dunque appartiene a Gesù Cristo condivide con lui la via della croce, ha il coraggio di differenziarsi diametralmente da quanto è valido e potente. Secondo Paolo si inizia a percorrere questa strada con il battesimo. È un essere crocifissi con Cristo.

 

La parola di Gesù sul portare la propria croce

Gesù dice: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda su di sé la propria croce [e l'ignominia] secondo il mio esempio” (Mc 8,34).

Nel testo greco si trova soltanto il termine ‘croce’. In questa parola di Gesù è decisiva l’appartenenza al Crocifisso, cioè la sequela condizione di discepoli e la comunanza di destini. Qui non si tratta dell’agire vicario di Gesù o di espiazione. La comunione con il Crocifisso significa, invece, condividere la sua ignominia, partecipare del disprezzo a cui è esposto. Giustamente viene sottolineato l’inizio, il prendere su di sé, la decisione di farne parte.

Ciò tra l’altro corrisponde al ruolo della croce in Rm 6,1-8. Anche lì la tematica è l’inizio della comunanza di destini – nel battesimo e cioè sotto forma dell’essere crocifissi e del morire con Cristo. Ciò significa: distacco radicale da ciò che vale qualcosa nella ‘società’ e quindi anche dalla famiglia. Nei successivi detti di Gesù sulle condizioni della sequela e del discepolato ciò diventa evidentissimo.

 

Se si considerano questi tre testi tutti insieme e li si applica alla situazione odierna, ci si accorge che oggi non è il celibato a esser considerato ignominioso, bensì fa problema non avere un partner.

Chi non ha un partner, appunto, non ha trovato nessuno, è una persona a cui nessuno bada, senza attrattive, personalità né fascino. È del tutto indifferente se abbia rinunciato volontariamente o meno.

Chi non ha un partner viene sospettato da tutti di avere delle anomalie biologiche o neurologiche, di essere una persona frigida, impotente o, appunto, un eunuco. Viene sospettato di essere perverso, gay o lesbica, o di abusare dei bambini. Oppure di sublimare la sessualità, nel senso dello ‘sposo mistico’.

Il giudizio degli altri oscilla tra il sospetto di un handicap e quel lo di una perversione. Nel detto di Gesù sugli eunuchi appare proprio questa valutazione: l’eunuco è la cosa peggiore, proprio quello che non si deve essere. “Non coprirei di vergogna”, ci si potrebbe immaginare questa frase come l’esclamazione di un padre il cui figlio vuole iniziare una vita celibataria.

Così si può dire: chi attira senza bisogno su di sé questi giudizi o sospetti, perché vuole vivere pienamente per il Signore, partecipa in modo particolare della sua croce. Qui viene tradotta in pratica la teologia della croce.

Certo, si può appartenere interamente al Signore anche in altro modo. Ma la rinuncia al partner è un segno molto speciale, un segno profetico, come lo erano appunto le azioni simboliche dei profeti. Ma è un segno con uno speciale carattere di annuncio di ciò che la fede, soprattutto, significa. In Israele il matrimonio e la sensualità hanno da sempre avuto questo sensibilissimo carattere di segno.

Un annuncio del vangelo privo di questo segno sarebbe più povero o – come ritiene la chiesa cattolica – decisamente più povero. Essa vede questo segno in Giovanni Battista, in Gesù e in Paolo.

La motivazione di questo segno non è ascetica in senso stretto, come se si dovessero vincere le pulsioni. Non può nemmeno essere morale, perché i celibi non sono i più perfetti. È invece strettamente teo-logica: un’ultima e radicale conseguenza della diversità tra Israele e le religioni pagane circostanti. In tutte queste la sessualità era divina, la fertilità era la benedizione per eccellenza. Soltanto in Israele il sesso non è divino e, di conseguenza, nemmeno l’essere umano è più soltanto partner sessuale o destinato alla conservazione della stirpe.

Rinunciare al partner non è soltanto un segno per gli altri, ma anche per la persona stessa che rinuncia: un orientamento nella direzione di ciò che ha promesso».

 

[Klaus Berger, Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pp. 216-219].

 

Il teatro passionista delle marionette

21 marzo 2010

 

 

Grazie a Crucifixus – Festival di primavera il pubblico italiano ha potuto assistere a uno spettacolo teatrale unico nel suo genere, il Misterio del Cristo de los Gascones della compagnia segoviana Nao d’amores. Lo spettacolo, proposto nella lingua originale castigliana, è una rielaborazione di alcuni testi drammatici quattrocenteschi sulla vita, la passione, la morte e la risurrezione di Cristo, a partire dai riti liturgici della settimana santa che, nella Segovia medievale, prevedevano l’utilizzo di un Cristo ligneo con le braccia snodabili (forse del XII secolo), conservato in una teca nella locale chiesa romanica dei Santi Giusto e Pastore e che ancora oggi viene portato in processione per le vie della città, il venerdì santo di ogni anno. 

Il nome di questa statua lignea, “Cristo de los Gascones”, è legato a una leggenda – simile a quella della ‘Barca di san Pietro’ di Ávila -, secondo la quale due drappelli di soldati, uno di tedeschi e uno di francesi (‘guasconi’), si sarebbero contesi la statua, trovata durante una guerra in un piccolo paese al confine. Non riuscendosi a mettere d’accordo su chi dovesse tenersi la statua, si decise allora di caricarla in groppa a una mula bendata: sarebbe stata lei a decidere chi avrebbe avuto il diritto di tenere la statua. Per la gioia dei francesi, la mula si diresse verso la Guascogna; ma la attraversò senza fermarsi, per poi arrivare, dopo un lunghissimo viaggio, alla Chiesa dei Santi Giusto e Pastore di Segovia. Lì si inginocchiò e cadde morta. Si decise allora di seppellirla lì, di chiamare la statua “Cristo dei guasconi” e di lasciarla però presso quella chiesa.

L’idea alla base dello spettacolo consiste nell’aver ricostruito una copia del Cristo ligneo assai simile all’originale, ma che, a differenza di questo, possiede tutte le articolazioni mobili. In questo senso, si può parlare di una vera e propria ‘marionetta’ di Cristo che sul palco interagisce con i performer della compagnia che, di volta in volta si scambiano i ruoli di attori e ‘pupari’. La regista e drammaturga dei Nao d’amores, Ana Zamora, ha sviluppato l’idea componendo un testo di struttura circolare – si inizia con il corpo di Cristo deposto dalla croce e si racconta la storia della sua vita terrena fino all’Ascensione - in stile medievale, rielaborando Misteri quattrocenteschi di autori quali Gomez Manrique, Alonso del Campo, Diego de San Pedro e fra’ Inigo de Mendoza. Lo spettacolo è diviso in sette scene che dovrebbero essere legate ai ‘Sette dolori della Vergine Maria’, ma che in realtà talvolta se ne distaccano decisamente. Il tutto è completato da una coltissima ed efficacissima selezione di musica liturgica e para-liturgica medievale che, grazie all’esecuzione dal vivo, eseguita da quattro musiciste in scena, rappresenta un vero e proprio ‘valore aggiunto’ per l’intera operazione.

La qualità maggiore dell’operazione dei Nao d’amores consiste nell’aver creato un evento perfomativo che si pone in modo efficacissimo nella ‘terra di nessuno’ tra rito religioso e teatro. La struttura circolare, la musica legata alla liturgia tradizionale, il testo in versi, i costumi a ‘doppio strato’ nero/rosso sangue degli attori, e gesti semplici ed evocativi (ad esempio l’accensione e lo spegnimento dei ceri tra una scena e l’altra) creano un clima fortemente rituale che, combinandosi con la narrazione, contribuisce a coinvolgere il pubblico in uno spettacolo che tocca con maestria dei ‘tasti’ eminentemente legati alla sua esperienza religiosa. Nel caso delle rappresentazioni di Crucifixus, il magnifico scenario romanico offerto dal Duomo vecchio di Brescia, ha ulteriormente contribuito a creare un’atmosfera di raccoglimento e partecipazione.

Su queste ‘fondamenta’ rituali si inseriscono momenti di teatro; un teatro che Brecht avrebbe definito ‘epico’, ma che in realtà è legato allo stile di certo teatro religioso medievale vicino alla liturgia e alla lettera dei racconti evangelici che alternano discorso diretto e momenti narrativi. Questa ‘alternanza’, nello spettacolo, si esprime attraverso l’abilità degli attori di ‘entrare e uscire’ dai personaggi. A turno infatti, in alcuni momenti dello spettacolo, gli attori interpretano Maria, la Maddalena, Pietro e Giuda; in altri invece si fanno coro; in altro ancora maneggiano il manichino. Solo il personaggio di Maria tende significativamente a mantenere il ruolo di narratore della vicenda, nella migliore tradizione del teatro religioso medievale.

Nonostante tutto ciò, il centro dell’intera operazione rimane la marionetta. È soprattutto l’esito della scommessa sulla ’sua’ performance a determinare la buona riuscita dello spettacolo. Va sottolineato anche come, paradossalmente – viste le premesse -, proprio il suo utilizzo marchi la differenza più netta tra lo spettacolo dei Nao d’amores e i riti paraliturgici medievali. In questi ultimi infatti, come si può vedere ancora oggi in alcuni paesi della Sardegna, la statua era usata per interpretare il Cristo morto, quando viene schiodato dalla croce, deposto tra le braccia della Madre e posto nel sepolcro. Nel teatro del Novecento la straordinaria efficacia delle marionette nel rappresentare la morte è stata la caratteristica più originale del teatro di Tadeusz Kantor. Nel Misteiro del Cristo de los Gascones si ritrovano le scene del Cristo morto appena menzionate; ma per la maggior parte della durata dello spettacolo la marionetta interpreta il Gesù vivo: sia quello della sua vita terrena prima della morte, sia quello risorto.

 

 [CLICCANDO SULL'IMMAGINE, È POSSIBILE VEDERE IL 'TRAILER' DELLO SPETTACOLO]

Proprio questo aspetto è, allo stesso tempo, il punto di forza e di debolezza dello spettacolo. Fu probabilmente Heinrich von Kleist il primo a sottolineare come a teatro, in certi casi, le marionette siano addirittura preferibili agli attori in carne ed ossa. Von Kleist per la verità, nel suo celeberrimo breve scritto Sul teatro delle marionette (1810), si riferisce in particolare alla danza: sostiene che una marionetta, a differenza di una ballerina, non può perdere l’equilibrio ed è sempre dotata di una grazia inarrivabile per l’essere umano, proprio grazie alla sua mancanza di consapevolezza e al fatto che i suoi movimenti sono dettati da nient’altro che il moto del suo baricentro. Da questa considerazione il grande poeta romantico parte per una sfrenata apologia dell’inconsapevolezza che, a suo dire, nell’arte è l’unica soluzione ai problemi legati alle imperfezioni del corpo e al peso della volontà e dei dubbi.

Nel Misterio dei Nao d’amores proprio alla levità della marionetta sono affidati i momenti gioiosi della vita di Cristo che qui assumono un carattere divertente, a tratti comico. Drammaturgicamente tutto ciò è sostenuto con il ‘consueto’ ricorso agli apocrifi. Avveniva anche nel medioevo. Per sostenere letture teologiche forzate – ad esempio la volontà di vendetta di Cristo nei confronti dei giudei – si faceva uso ampio – e spesso indiscriminato – dei cosiddetti vangeli apocrifi. Nel caso di questo spettacolo, il tentativo è quello di sottolineare l’umanità di Cristo, il fatto che Gesù fosse un uomo “come tutti noi”. Vediamo allora come la levità della marionetta e il gusto per il gioco di coloro che la manovrano, in alcuni momenti dello spettacolo, prendano decisamente il sopravvento: nella scena del Battesimo, vediamo Gesù divertirsi a ‘spruzzare’ coloro che gli stanno attorno, prima con le mani, poi coi piedi, quando si mette a camminare sull’acqua; nella scena delle Tentazioni vediamo la tentazione della carne – immancabilmente rappresentata da una scena si seduzione della Maddalena, con tanto di ‘baciamano’! – sostituirsi a quelle ben più terribili ed escatologiche di Satana nel deserto; in una scena di festa vediamo Cristo divertirsi a suonare il flauto e a disapprovare con gesti eloquenti chi cerca di fare la stessa cosa; nella scena dell’Entrata a Gerusalemme il racocnto evangelico è sotituito da quello leggendario della statua lignea “de los Gascones”, con la mula che, arrivata a destinazione, stramazza al suolo.

Questa eterodossia e questa commistione di tragico e comico erano certamente caratteristiche di molti spattacoli del teatro medievale; in particolare di quelli allestiti dalle confraternite laiche. Cionondimeno, a posteriori, possiamo considerarli sia pregi che difetti di quel modo di proporre la storia di Cristo – furono anche tra i motivi che spinsero la Chiesa post-tridentina a rinunciare a quelle forme d’espressione, difficilmente controllabili. Allo stesso modo, anche se regalano momenti divertenti, i ‘momenti apocrifi’ del Misterio sembrano un po’ in distonia con il resto dello spettacolo; rischiano di sbilanciarlo, presentando un Cristo “umano, troppo umano” e, in un paio di occasioni, persino un po’ sciocco.

È un discorso che, a mio giudizio, va oltre il tentativo – che può piacere o meno – di “rendere il personaggio contemporaneo”, “più vicino alla nostra sensibilità”. Von Kleist, a proposito delle marionette, nel suo breve racconto, scritto come un immaginario dialogo, scrive:

«“Dunque mio eccellente amico” – disse il signor C. – “ora possedete tutto il necessario per comprendermi: nella misura in cui nel mondo organico la riflessione si fa più debole e oscura, la grazia vi compare sempre più raggiante e imperiosa. Così come due linee che procedono all’infinito si intersecano da un lato in un punto e poi all’improvviso anche dall’altro lato, così come l’immagine dello specchio concavo, dopo essersi allontanata all’infinito, d’improvviso ci ricompare vicinissima davanti, così anche la grazia, dopo che la conoscenza, per così dire, ha traversato l’infinito, si ritrova, in tutta la sua purezza, in quel corpo dalle sembianze umane che non ha nessuna o un’infinita coscienza, cioè… nella marionetta o in Dio” “E quindi” – chiese il padrone di casa un po’ smarrito – “dovremmo rimangiare dall’albero della conoscenza per ricadere nell’innocenza?”,… “Certamente” – rispose l’altro – “questo è l’ultimo capitolo della storia del mondo: il ritrovarsi della coscienza nell’innocenza dell’infanzia.”»

Il discorso di von Kleist, quindi, si riferisce a un percorso e a un punto d’arrivo in cui «nessuna coscienza» e «un’infinita coscienza» coincidono.   Tale “coincidenza” mi pare improponibile nei momenti della ‘vita pubblica’ di Cristo: un uomo-Dio che, in ogni caso, per la maggior parte dei suoi contemporanei, era un Maestro della Legge (sia pur di provincia…). Che ci dicono di Lui le scene che vorrebbero mostrarci un suo ipotetico privato scanzonato? Ma, al di là di questo, può una marionetta interpretare in modo convincente questo ruolo? Può un oggetto manipolato rappresentare il Dio dell’«ama il prossimo tuo come te stesso» e del libero arbitrio?

La «coincidenza» kleistiana, a mio giudizio, emerge invece chiaramente nei momenti della passione e della morte di Cristo. Lì il corpo di Dio (“massima Potenza”) è alla mercé dalle mani degli uomini (“massima impotenza”). E non è un caso allora che i momenti più intensi ed emozionanti dello spettacolo coincidano con quelli nei quali tradizionalmente, per secoli, si sono utilizzate le statue lignee con le braccia snodabili. Sono quei momenti, nei quali la musica, l’azione e la recitazione si fondono in modo coerente e commovente, a toccare il cuore e a far apparire viva la marionetta del dio che muore.

A Natale si fa(ceva) il presepio…

24 dicembre 2009

 

 «Et verbum caro factum est et abitavit in nobis»

[Gv 1,14]

In occasione del santo Natale, consiglio vivamente - a chi non l’avesse già fatto – la lettura del testo del bellissimo discorso pronunciato dal Papa in occasione dell’udienza generale di ieri. In questa sede propongo una riflessione su due aspetti ‘storici’ del discorso del Pontefice.

B.XVI ha esordito facendo un breve ma significativo cenno all’origine storica della festa:

«Il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre è stato Ippolito di Roma, nel suo commento al Libro del profeta Daniele, scritto verso il 204. Qualche esegeta nota, poi, che in quel giorno si celebrava la festa della Dedicazione del Tempio di Gerusalemme, istituita da Giuda Maccabeo nel 164 avanti Cristo. La coincidenza di date verrebbe allora a significare che con Gesù, apparso come luce di Dio nella notte, si realizza veramente la consacrazione del tempio, l’Avvento di Dio su questa terra. Nella cristianità la festa del Natale ha assunto una forma definita nel IV secolo, quando essa prese il posto della festa romana del “Sol invictus”, il sole invincibile; si mise così in evidenza che la nascita di Cristo è la vittoria della vera luce sulle tenebre del male e del peccato.»

Nonostante il Papa usi prudentemente il condizionale, mi sembra chiarissima la sua propensione a dar fiducia alla tradizione cristiana secondo la quale Cristo sarebbe effettivamente nato il 25 dicembre. Ciò in contrasto con quanto tuttora sostiene gran parte degli storici (per i quali si sarebbe scelta la data solo in funzione ‘anti-pagana’, per sovrapporre la nuova festa a quella vecchia), ma in linea con le note recenti scoperte, che – guarda caso - ripropongono l’ipotesi del 25 dicembre proprio a partire dal Tempio e dalla sua liturgia. 

La lettura di B.XVI – fondata su un’antichissima tradizione esegetica – pone naturalmente l’accento sul concetto di Incarnazione: in ragione della coincidenza con la festa della Dedicazione, il corpo del Salvatore nascente è il nuovo Tempio. Lo sviluppo di questa centralità del Corpo, tuttavia, si completa solo nel medioevo, quando – dice il Papa – viene ‘codificata’ la particolare atmosfera della festa…

«grazie a san Francesco d’Assisi, che era profondamente innamorato dell’uomo Gesù, del Dio-con-noi. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, nella Vita seconda racconta che san Francesco “Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano“».

Continua B.XVI:

«Da questa particolare devozione al mistero dell’Incarnazione ebbe origine la famosa celebrazione del Natale a Greccio. Nella prima biografia, Tommaso da Celano parla della notte del presepe di Greccio in un modo vivo e toccante, offrendo un contributo decisivo alla diffusione della tradizione natalizia più bella, quella del presepe. La notte di Greccio, infatti, ha ridonato alla cristianità l’intensità e la bellezza della festa del Natale, e ha educato il Popolo di Dio a coglierne il messaggio più autentico, il particolare calore, e ad amare ed adorare l’umanità di Cristo. Tale particolare approccio al Natale ha offerto alla fede cristiana una nuova dimensione. La Pasqua aveva concentrato l’attenzione sulla potenza di Dio che vince la morte, inaugura la vita nuova e insegna a sperare nel mondo che verrà. Con san Francesco e il suo presepe venivano messi in evidenza l’amore inerme di Dio, la sua umiltà e la sua benignità, che nell’Incarnazione del Verbo si manifesta agli uomini per insegnare un nuovo modo di vivere e di amare. Il Celano racconta che, in quella notte di Natale, fu concessa a Francesco la grazia di una visione meravigliosa. Vide giacere immobile nella mangiatoia un piccolo bambino, che fu risvegliato dal sonno proprio dalla vicinanza di Francesco. E aggiunge: “Né questa visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nel cuore di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa“. [...] In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto, così come facciamo con un neonato.»

Proprio la descrizione della scena del sogno probabilmente ha contribuito in modo decisivo a nutrire la tradizione secondo la quale Francesco sarebbe stato l’inventore del presepio. Pur soffermandosi a lungo sulla sua straordinaria ‘invenzione del Natale’, così come lo intendiamo noi oggi, B.XVI non rinuncia in questo caso a rettificare la notizia riguardante il presepio. È quasi una parentesi, una ‘nota a piè di pagina’, nel discorso su Francesco; ma proprio per questo è importante soffermarsi su di essa. A proposito della celebrazione dell’eremo di Greccio, il Papa dice:

 «Essa, probabilmente, fu ispirata a san Francesco dal suo pellegrinaggio in Terra Santa e dal presepe di Santa Maria Maggiore in Roma

Francesco, quindi, non avrebbe ‘inventato’ il presepio, nel senso in cui oggi il termine viene utilizzato a fini di ‘registrazione all’ufficio brevetti’. Non l’avrebbe visto per la prima volta in sogno, come sembrerebbe suggerire il Celano nel suo racconto. Avrebbe ‘solo’ ‘inventato’ – in questo caso nel senso etimologico del verbo, cioè ’trovato’ – lo spirito, il senso della festa. Ma a partire da cosa? Dove, cioè, avrebbe cercato il senso, lo spirito? Ci aiuta a rispondere alla domanda il grande storico del teatro Edmund K. Chambers (1866–1954) che, nel secondo volume del suo fondamentale The Mediaeval Stage (1935), scrive:

«Il ‘presepe di Natale’ o ‘presepio’ è una rappresentazione più o meno realistica della Natività, con un Cristo-bambino nella mangiatoia, Giuseppe e Maria, e molto spesso un bue e un asino; è un elemento caratteristico di tutti i paesi cattolici in periodo natalizio. A Roma, in particolare, l’esposizione del Santo Bambino si svolge con una grande cerimonia. Una tradizione attribuisce il primo presepio conosciuto in Italia a San Francesco, che si dice lo abbia inventato a Greccio nel 1223. Ma è un errore. L’usanza è di molti secoli più antica. Il suo luogo d’origine è la chiesa romana di S. Maria Maggiore o Ad Praesepe, altrimenti detta ‘basilica di Liberio’. Qui già nell’ottavo secolo [in realtà già nel quinto, quando papa Sisto III fece costruire in chiesa una "grotta della Natività"] c’era un ‘Praesepe permanente’ [che nelle fonti è chiamato «oratorium sanctum quod praesepe dicitur» o «camera praesepii»], probabilmente costruito a imitazione di quello che esisteva già da tempo a Betlemme, al quale si allude negli scritti di Origene [Contra Celsum, I.51]. Il Praesepe di S. Maria Maggiore in origine era nella navata destra. Quando nel 1585-90 è stata costruita la Cappella Sistina, è stato spostato nella cripta, dove ora può essere visto. Questa chiesa diventò una ‘tappa’ fondamentale per i servizi liturgici del Papa a Natale. Il Papa infatti celebrava qui la Messa della Vigilia, e vi rimaneva fino a quando aveva celebrato anche la prima Messa della mattina di Natale. Il pane era spezzato sulla mangiatoia, che svolgeva la funzione di altare. Del resto, a S. Maria Maggiore, conservata in in una teca, c’è una reliquia importante della mangiatoia o culla di Cristo, che viene esposta nel presepio in occasione del Natale. È dimostrato che il presepio di S. Maria Maggiore divenne poi il modello per altre cappelle simili a Roma, e senza dubbio per le strutture temporanee analoghe dell’Italia e più in generale dell’Europa occidentale.»

 

Va detto che in realtà il celebre ‘presepio’ allestito dal Poverello di Assisi fu diverso da come ci appare rappresentato da Giotto tre quarti di secolo dopo [si veda l'immagine in testa al post]. Secondo il Celano (che, ricordiamolo, scrive nel 1228, in occasione della canonizzazione di Francesco):

«Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucarestia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo.»

Francesco non avrebbe quindi fatto altro che ‘trasportare’ la liturgia natalizia celebrata a Santa Maria Maggiore fuori dalle chiese, in quello che qualche artista contemporaneo potrebbe chiamare un ‘allestimento’, atto a mostrare al gruppo dei partecipanti la scena ‘originale’ e a far loro vivere le medesime sensazioni fisiche (il freddo, il buio, il contatto con la natura ecc.) provate dalla Sacra Famiglia al momento della Nascita di Cristo. Gli unici ‘personaggi’ presenti in carne ed ossa sono il bue e l’asinello (che compaiono nel vangelo apocrifo chiamato Pseudo-Matteo che a sua volta li riprende da Isaia 1,3), il ‘Bambinello’ è in realtà l’ostia che viene consacrata. 

Il lungo percorso del presepio avrebbe quindi previsto: l’Avvenimento originario a Betlemme; il rinvenimento della reliquia della ‘culla di Cristo’ (il valore della quale sta nell’essere un oggetto che è stato a contatto col Corpo di Cristo); la costruzione della Basilica della Natività nel luogo dell’Avvenimento; il trasporto della reliquia a Santa Maria Maggiore; l’allestimento di uno spazio specifico (la “grotta della Natività”) all’interno della chiesa nel quale celebrare i riti eucaristici natalizi a contatto con la reliquia (il pane spezzato, usando la mangiatoia come altare); la celebrazione dell’eremo di Greccio. Ferma restando la presenza dell’Eucarestia, il passaggio da Santa Maria Maggiore a Greccio sarebbe quindi segnato dalla sostituzione della reliquia con l’esperienza fisica dei partecipanti. In quest’ottica, l’operazione compiuta da Francesco sarebbe una variante rispetto ad altre ‘soluzioni’ elaborate precedentemente da comunità che, essendo sprovviste della reliquia, hanno ‘implementato’ la liturgia in senso ‘teatrale’. Mi riferisco naturalmente ai cosidetti ‘drammi liturgici’ del ciclo natalizio, come l’Officium pastorum (Officio dei pastori) che veniva celebrato prima dell’introito (il più antico a noi noto è quello di Rouen dell’undicesimo/tredicesimo secolo) e l’Officium stellae (Officio della stella) o Officium trium regum (Officio dei tre re), celebrato durante il Mattutino.

In tutte queste situazioni l’azione e la sensazione fisica sostituiscono la reliquia del Corpo.

La differenza è che in alcuni casi, col passare del tempo, si sviluppa l’aspetto legato all’azione fisica ‘teatrale’, per cui accanto all’Officium compare il Ludus e si crea una vera e propria serie di ‘azioni drammatiche’: l’Ordo Prophetarum o ‘Corteo dei profeti’ che preannunciano la nascita di Cristo; l’Officium pastorum che inscena l’annuncio ai pastori della nascita di Gesù; l’Officium o Ordo stellae che narra la venuta dei Re Magi, il loro incontro con Erode, l’adorazione del Bambino e l’offerta dei doni; e infine l’Ordo Rachelis, rievocazione della strage degli Innocenti - con il pianto di Rachele - e della fuga in Egitto della Sacra Famiglia.

In altri casi, invece, a partire da quello che abbiamo chiamato “l’allestimento di Francesco” si sviluppa soprattutto la volontà di mostrare e quindi le arti figuarative: uno dei primi esempi è proprio il gruppo scultoreo del presepio che Arnolfo di Cambio originariamente realizza (1288/1291) proprio per la “grotta” di Santa Maria Maggiore, e che rappresenta quindi la ‘restituzione’ della liturgia ‘prestata’ al santo di Assisi.

 

Quello qui brevemente analizzato è uno dei casi esemplari che dimostrano come – a differenza di quanto sostengono quasi tutti gli storici dell’arte – nel medioevo il più delle volte il teatro e le arti figurative erano due strade alternative; qualche volta erano invece elementi complementari che ‘compartecipavano’ alla ritualità liturgica e para-liturgica; quasi mai invece il dipinto o la scutura ‘ritraggono’ lo spettacolo teatrale. Questo perché il soggetto da ‘ritrarre’ non può essere una ‘rappresentazione’ (per cui si avrebbe la copia della copia, che non serve a nulla e non vale nulla), ma l’Originale, che, più che ‘rappresentato’, deve essere ‘ri-presentato’.

Colgo naturalmente l’occasione per AUGURARE A TUTTI UN SANTO NATALE COLMO DI GIOIA!

“Carmen” ovvero l’ermeneutica del fischio

9 dicembre 2009

 

 

Non potendo essere presente di persona e non essendo abbonato a Sky, ho seguito la “prima” della Scala su internet, affidandomi ai resoconti “in tempo reale” che si potevano leggere sull’edizione on-line del «Corriere della sera». Ovviamente l’interesse per la “prima” coinvolge solo in minima parte l’aspetto strettamente “artistico” (che può essere approfondito con calma in occasione delle repliche di questa Carmen), essendo invece legato soprattutto al cosiddetto ”rito sociale”, cioè allo spettacolo che va in scena fuori dal teatro, nel foyer, in platea e nelle gallerie frequentate dall’aristocrazia democratica e non.

Quest’anno lo spettacolo in questione è apparso francamente deludente, una stanca replica in tono minore di quanto già accaduto in molte occasione negli anni passati. Per di più è venuta a mancare l’attrattiva principale: la presenza del ministro Bondi che avrebbe presumibilmente provocato un’aspra contestazione da parte delle maestranze del teatro. Il tutto sembrava quindi ridursi da una parte al consueto rito sessantottesco: «In almeno tre occasioni i manifestanti hanno tentato di sfondare le transenne che recintavano l’area della protesta, scatenando alcuni parapiglia con le forze dell’ordine. E in una circostanza alcuni lavoratori [sic] hanno scagliato uova contro gli spettatori diretti a teatro mentre i militanti dei centri sociali hanno acceso a più riprese fumogeni rossi. Appesi alle transenne c’erano striscioni di diverse rappresentanze sindacali che protestano contro i tagli agli spettacoli»; e dall’altra alle altrettanto abituali ostentazioni di sobrietà da parte del “Potere”: «La Scala ha fatto una scelta di understatement: la regia di Emma Dante con pochi fronzoli e molto contesto sociale e la me­tamorfosi della cena di gala of­ferta dal Comune che quest’anno diventa un buffet in piedi (per trecen­to invitati) nei ridotti del tea­tro. Il menu: carpaccio di sal­mone, tagliata di storione, tim­balli di riso, tortini di zucca e uno scrigno di funghi porcini serviti dal Caffè Scala».

Proprio quando temevo che la cosa più interessante della giornata – oltre alla scomparsa dalle cronache delle “pellicce” – fosse questo felice accostamento tra il menù povero a base si salmone e porcini e la regia condita con appena un pizzico di ”fronzoli” e “contesto sociale” a volontà, ecco lo spettacolo offrire un insperato colpo di coda: gli spettatori gradiscono il menù, ma non riescono a digerire la regia. Non che questa sia una novità, tutt’altro. Il fatto nuovo è che, grazie a questo avvenimento, chi ha seguito on-line l’evolversi degli eventi ha potuto assistere allo svolgersi di quella che Carmelo Bene sosteneva essere la funzione principale della stampa: «informare i fatti».

Il «Corriere» – al pari di altri ‘grandi giornali’ - parte assumendo una posizione netta: “il pubblico ha sempre ragione”. Il giudizio del teatro è inequivocabile: «Quattordici minuti di applausi: a scena aperta per il tenore Jonas Kaufmann, così come per il maestro Daniel Barenboim, e consensi (anche se meno marcati) per Anita Rachvelishvili. Contestata invece a suon di “buuu” la regista Emma Dante: un atteggiamento peraltro in linea con quello espresso in platea nel corso della serata» [N.B. - Mi trovo costretto a citare il resoconto di «Repubblica» perché nel frattempo il pezzo pressoché identico del «Corriere» è divenuto introvabile...]. Come si vede, non si fa cenno alcuno a dissidi tra loggionisti e altri settori del teatro: il giudizio è unanime. Non solo. È supportato da ‘pareri eccellenti’: «Anche la regista milanese Andrée Ruth Shammah nota che “la regia è troppo carica“, anche se assolve lo spettacolo»; «Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore della Repubblica di Milano, grande appassionato d’opera e attuale presidente del Conservatorio di Milano, è critico: “Buone le voci, ma dal personaggio di Carmen ci si poteva aspettare di più”. A suo avviso “la regia è un pò [sic] ingombrante: la cosa bella qui è la musica. La regia ha portato un eccesso di simbolismi che distraggono”». Questi pareri compaiono on-line a spettacolo appena concluso. Intanto nel consueto campionario di varia umanità rappresentato dal pubblico vip della “prima” non può mancare il parere della celebrità del momento, lo scrittore Dan Brown: «”La Scala è un luogo denso di storia, è assolutamente perfetto per ambientarvi un libro”. Lo farà? gli è stato chiesto dai cronisti. “Perché no”, ha replicato sorridendo».

Con la conferenza stampa si assiste a un mutamento di prospettiva (forse proprio nella direzione auspicata da Dan Brown). Uno dei trionfatori della serata, il maestro Daniel Barenboim esprime un giudizio entusiastico sullo spettacolo, a suo dire confortato dalle proprie origini: «Vengo dal paese dei profeti (Israele, ndr) e vi posso assicurare che questa Carmen diventerà una leggenda». Parole che trovano subito un’importante eco: «Lo spettacolo “sarà capito tra due anni, ci vorranno due o tre riprese”, ha affermato il sovrintendente della Scala Stephane Lissner, ricordando che anche la leggendaria Traviata diretta da Luchino Visconti fu fischiata».

Poiché la Bibbia insegna che chi si pone in contrasto con quanto affermano i profeti è destinato alla rovina, il «Corriere» si adegua. L’inversione a ‘U’ non è subitanea. Iniziano ad apparire ‘pareri eccellenti’ apertamente favorevoli: «La regia di Emma Dante è “una scelta coraggiosa, forte, che va apprezzata”, ha invece commentato il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. “È una Carmen, quella della Dante – ha continuato il ministro – che aiuta a diffondere l’immagine dell’Italia nel mondo”».

Il giorno successivo, nella pagina del sito nella quale si trovano servizi filmati ne compare uno intitolato significativamente Pubblico e vip bocciano i loggionisti, nel quale sono montati solo pareri favorevoli alla regista. L’operazione è chiara: se solo poche ore prima la contestazione era un sentimento condiviso dalla stragrande maggioranza del pubblico, adesso la responsabilità dei fischi va attribuita solo al “popolo bue” rappresentato dai ‘loggionisti’.

Non è finita. Qualche ora più tardi il «Corriere» torna sulla “prima” con un approfondimento esclusivamente dedicato alla regia dello spettacolo la cui funzione è essenzialmente quella di spiegare lo spettacolo al popolo. In occasione della conferenza stampa la regista aveva abbozzato: «Forse ci sono idee che non sono state capite, perché non si ritrovano nel libretto, ma che non sono comunque forzature». Ora queste “non forzature” vengono così descritte (e giustificate):

«Tra le apparizioni più contestate, e non presenti nel libretto, c’è un carro nero che porta una nera e vuota sagoma di santa, in scena all’inizio e alla chiusura dell’opera. E poi un corteo di nere prefi­che che seguono Carmen, un prete dal cappello nero a larghe tese che tallona Micaela, le sigaraie trasformate in ne­re suore. “Ci sono grovigli di corpi femminili, le sigaraie all’uscita del turno, che paiono un’immensa medusa ove i serpenti sono i corpi delle femmine stesse”, scrive Paolo Isotta sul Corriere, il cui giudizio però è positivo: “Non si può che rimanere ammirati dalla forza e dalla ‘verità’ di quest’interpretazione scenica”. “In 43 anni di prime alla Scala mai visto niente di così erotico sul palcoscenico“, scrive Lina Sotis, riferendosi alla scena della Carmen legata. Una regia ardita e ‘di sinistra’, come nella scena della rivolta delle sigaraie usci­te dalla fabbrica, con i soldati che cari­cano le ribelli, le prendono a calci, pun­tano loro addosso i fucili. Una scena che ha fatto venir in mente agli spettatori le scene dei tafferugli appena vista in Piazza della Scala».

Una Carmen di lotta e di governo, insomma, capace di accontentare il ministro Brambilla e coloro che lo contestano!

 

 

Chi conosce il lavoro di Emma Dante, non può certo sorprendersi di fronte a scelte come quelle descritte. Già in fase di presentazione si era preparato il campo con il consueto armamentario dello “scandalo” e della “provocazione”: le donne “lavoratrici sfruttate” e mortificate rappresentate come suore, la Liberazione che passa attraverso la “rivoluzione sessuale” e la rottura violenta dell’ordine, la repressione da parte del Potere: «Solo quando la gitana rompe con le regole, manda al diavolo il lavoro, litiga con una collega, la ferisce, solo allora, spiega Dante, butterà il velo e svelerà la sua sensualità di donna libera, che fa quel che sente, che ama chi le pare. Lo stesso, aggiunge, accadrà per don José: “Anche lui da uomo d’ordine, brigadiere timorato, getterà la divisa che lo imprigiona come una corazza e diventerà fuorilegge. Ciascuno farà la sua rivoluzione. Ciascuno ne pagherà il prezzo». Il tutto condito dalla menzione della «scomunica» comminata alla Dante dal cardinal Bertone ai tempi da La scìmia (qui il testo della scomunica).

Nonostante questo lavoro preparatorio, sono arrivate lo stesso le contestazioni da parte del settore più ‘popolare’ del teatro. Che fare? Certo, a questo punto, meglio non citare i lavori precedenti della regista: si correrebbe il rischio di descriverla come un’accanita anticristiana e peggiorare la situazione, mettendo in cattiva luce anche chi le ha affidato l’incarico. Meglio allora imbastire il solito ‘teatrino dell’immaginario’: “ci sono forze censorie reazionarie che limitano la libertà d’espressione e vorrebbero imporre con la forza la terribile morale sessuofobica medievale”. Ma come evocare il timore dei ‘secoli bui’ in relazione a un testo ottocentesco? Basta intervistare un noto inquisitore contemporaneo, Franco Zeffirelli:

«Io credo nel diavolo e ieri sera alla Scala ho visto in scena proprio il diavolo. Quello spettacolo è il frutto di una scelta sbagliata, pericolosa soprattutto per i giovani. Immaginiamo un ragazzino che non è mai stato all’opera e va alla Scala, meraviglioso scrigno di bellezza, per vedere quella Carmen“. Zeffirelli boccia senza appello Emma Dante: “È una donna irresponsabile, frutto di una cultura sbagliata, autrice di costumi brutti che non si vedono neppure in un teatro di provincia e coadiuvata da uno scenografo indegno (Richard Peduzzi, ndr). È uno scandalo che la Scala abbia fatto una simile porcata, con la presunzione di volere insegnare ai giovani cos’è l’opera”. “Questa signora ha trasformato Carmen in un demonio, dimostrando di non conoscere la letteratura ottocentesca, che è piena di donne che si ribellano allo strapotere maschile, senza per questo essere dei diavoli. E Carmen è una di loro. Baremboim, straordinario pianista e grandioso direttore, è un giocherellone e stavolta si è reso complice di un crimine. Con Kleiber e Karajan una cosa simile non sarebbe mai successa”».

Non avendo visto lo spettacolo – ma solo brevi riprese televisive -, non sono in grado di dire se le critiche di Zeffirelli siano giuste o sbagliate. Quello che è certo è che agli occhi di un lettore del «Corriere della sera» una persona che in un intervista nomina il diavolo tre volte in poche righe (alle quali vanno aggiunte le citazioni nel titolo e nel titoletto) dicendo persono di credere nella sua esistenza perde qualsiasi credibilità e rischia di passare per un pericoloso integralista. Se a questo si aggiunge che nell’articolo non compaiono altre voci critiche nei confronti delle scelte di regia, si può facilmente comprendere il “vero motivo” dei fischi. Quacuno potrebbe ingenuamente pensare che i loggionisti siano delle persone appassionate legate alla tradizione del melodramma che difficilmente possono digerire questi stravolgimenti del testo e del suo spirito. Nulla di tutto ciò! Emma Dante è stata fischiata perché la sua regia: «ha suscitato non poche perplessità: troppo “forte”, è stata definita. Urtante per la sensibilità di qualcuno, insomma per la morale cattolica»!

Si era partiti con un intero teatro scontento, ma, grazie al giornalismo d’inchiesta del «Corriere», si è passati ad identificare i fischiatori nei soli ‘loggionisti’ (ignoranti), per poi arrivare a scoprire che questi ultimi non sono altro che dei ferventi cattolici ‘ruiniani’. E Francesco Saverio Borrelli? E Andrée Ruth Shammah? Evidentemente devono essere dei fiancheggiatori cripto-papisti! Ora non rimane che attendere il prossimo romanzo di Dan Brown, nel quale si scoprirà che i ‘loggionisti’, dopo le loro malefatte, si sono rivestiti coi loro sai bianchi e neri e sono tornati a nascondersi in convento.

A Short History of Shakespeare’s Histories before Shakespeare

16 novembre 2009

 

 

Dopo mesi di assenza torno a scrivere sul blog, spinto da un magistrale post di Raffaele Ventura sulla tragedia Gorboduc (1561) di Thomas Norton e Thomas Sackville, un testo fondamentale per la storia del teatro occidentale. C’è poco da aggiungere a quanto si legge nel post per quanto concerne la lettura politica del testo. Mi limito quindi a sottolineare come il dramma di Norton e Sackville debba essere considerato un vero e proprio ‘archetipo drammaturgico’, in mancanza del quale il teatro elisabettiano non sarebbe potuto diventare quel che conosciamo.

Dal punto di vista stilistico, va ricordato che Gorboduc è il primo dramma composto utilizzando il blank verse, il ‘decasillabo non rimato’ che sarebbe poi diventato la base dell’arte drammatica di Cristopher Marlowe, William Shakespeare e degli altri grandi tragediografi elisabettiani. Ma è anche la prima ‘tragedia storica’ del teatro inglese. E non solo perché il tema è legato a fatti e personaggi citati nella Historia Regum Britanniae (1147) di Geoffrey di Monmouth – e quindi all’epoca considerati ‘storici’ a tutti gli effetti. Ma anche perché il testo è il primo frutto di quella contaminazione tra il modello drammaturgico della tragedia senecana e i temi tratti dalla storia patria che caratterizzerà tutti quei drammi – le cosiddette ‘histories‘ – che costituiranno uno dei generi più importanti e popolari del teatro elisabettiano (in particolare della sua fase iniziale). Non è difficile, anche leggendo solo il post di Raffaele, capire come in Gorboduc si anticipino moltissimi dei temi che verranno sviluppati nelle grandi histories di Shakespeare, prima fra tutte il celeberrimo Re Lear (1605) che – pur rifacendosi a un’omonima tragedia di qualche anno prima -, in parte, può essere considerato una sorta di riscrittura del dramma di Norton e Sackville e che, guarda caso, fu anch’esso rappresentato (il 26 dicembre 1606) al cospetto di un sovrano salito al trono poco più di tre anni prima.

Sarebbe tuttavia riduttivo e scorretto avvallare la formula: history = tragedia senecana + storia. Si fraintenderebbe completamente l’operazione Gorboduc e la sua valenza politica e morale infatti se non si tenesse conto che in realtà il testo si iscrive nella tradizione di due generi tardo-medievali: l’interlude e – naturalmente! – il morality play. Come si legge nel post, infatti, il dramma di Norton e Sackville fu lo strumento attraverso il quale…

«due parlamentari e studiosi di diritto, vicini alla corte, intendevano avvertire Elisabetta I, sovrana da tre anni, dei terribili rischi che correva un regno senza erede legittimo. Elisabetta si lasciò volentieri avvertire, accettando che lo spettacolo venisse rappresentato in sua presenza nel gennaio 1562, interpretato dai giuristi del College di Whitehall. Di fatto, lasciò che s’aggirasse il decreto del 16 maggio 1559, che proibiva gli spettacoli a tema politico e religioso. Il contesto (un manipolo di giuristi e una regina) suggerisce la dimensione pienamente politica di una simile rappresentazione, e questo ben oltre l’ovvia sua finalità di persuasione: se Gorboduc ha la forma di una dimostrazione drammatica della validità di certe teorie, la sua messa in scena finisce per costituire un’arringa rivolta ufficialmente e direttamente — fuori dalla scena, dall’interno della scena — alla regina.»

Il luogo della rappresentazione era un Inn of Court, cioè uno di quegli edifici nei quali giudici e avvocati svolgevano il loro praticantato e dove, in relazione allo studio del Latino, si studiavano e – talvolta – si mettevano in scena drammi di autori classici (Plauto e Seneca soprattutto) o riscritture recenti o contemporanee. Non era quindi infrequente che nei cortili di quegli edifici si mettessero in scena spettacoli teatrali a scopo didattico. Si può ben comprendere allora il motivo per cui in questi luoghi fosse di casa un genere come l’interlude (da inteludus – “spettacolo dialogato”), una straordinaria forma di esercitazione per gli avvocati che, in questo modo, si abituavano a scrivere e recitare testi nei quali pochi personaggi difendevano tesi contrapposte. A sua volta l’interlude era un’evoluzione (e una semplificazione) del morality play, dal quale aveve mutuato la coincidenza tra personaggi e concetti astratti, orientandosi su temi secolari. Semplificando, l’interlude può essere definito un ‘morality play laico’, più ‘leggero’ dal punto di vista dell’apparato rappresentativo (numero di attori, dimensioni dello spazio scenico, apparati scenografici ecc.).

Non può sorprendere più di tanto, allora, il fatto che proprio un interlude debba essere considerato il precedente più importante di Gorboduc. Mi riferisco a Magnificence (1515-1516) dell’eccentrico umanista John Skelton (1460-1529) che, tra le altre cose, fu anche precettore di Enrico VIII.

La composizione e la rappresentazione del testo si legano proprio al rapporto col giovane re e all’aspra rivalità con l’altro influentissimo consigliere di corte, il cardinale Thomas Wolsey (1471-1530). Magnificence può essere considerato una sorta di versione laica del morality play The Castle of Perseverance. Là il tema era la Salvezza oltremondana del Genere Umano, qui la Salvezza coincide col ‘buon governo’ del Regno; in un caso come nell’altro l’obiettivo e la strada per raggiungerlo vengono posti al centro di una lotta tra Vizi e Virtù. Il personaggio centrale dell’interlude, Magnificence (Magnificenza), pur essendo un personaggio allegorico, è chiaramente una figura vicaria del sovrano. Questo viene tentato da personaggi come Crafty Conveyance (Scaltra Convenienza), Courtly Abusion (Abuso di Potere). Anche in questo caso il pubblico del tempo non poteva non interpretare questi Vizi come personificazioni dei difetti del nemico Wolsey. D’altro canto gli amici Magnificence sono personaggi quali Goodhope (Ottimismo), Perseverance (Perseveranza) e Measure (Moderazione) che lo aiutano ad affrontare i capricci della fortuna. Rispetto a Gorboduc, manca il riferimento esplicito alla storia, sia per le caratteristiche del genere, sia perché il discorso si lega in modo sin troppo evidente all’ambito contemporaneo. Ciononostante l’utilizzo del teatro per orientare le scelte del sovrano anticipa chiaramente l’operazione Gordobuc. Ironicamente, si potrebbe rilevare come sia in un caso come nell’altro la visione degli spettacoli non abbia sortito gli effetti sperati: Elisabetta I non prese mai marito, né indicò chiaramente un erede al trono; e certamente non si può dire che Enrico VIII si sia mai mostrato particolarmente amico di Measure.

A questo punto, manca solo un elemento alla ricostruzione delle origini di Gorboduc: l’irruzione della Storia sulla scena inglese. Anche in questo caso è importante considerare un altro interlude, King Johan (1539), scritto dal vescovo John Bale (1495-1563). In questo caso lo spunto venne da un Enrico VIII che, avendo ormai consumato, lo scisma con la Chiesa di Roma aveva l’impellente necessità di portare il popolo dalla propria parte. Bale decise di usare il teatro per associare la figura, in quel momento non troppo popolare, di Enrico VIII a quella di un re del passato Giovanni Senzaterra (1166-1216), celebre per aver concesso la Magna Carta ed esser entrato, per questo, in contrasto col Papa del tempo, Innocenzo III (1160-1216). Lo spirito anticattolico sotteso all’interlude è tutto teso a sottolineare come il popolo inglese abbia tutto da guadagnare a rimanere fedele al suo re e a rompere i rapporti con un clero corrotto ed eversivo. È interessante notare come nel dramma ci siano contemporaneamente personaggi allegorici (tra i quali England), personaggi storici (come King John) e personaggi – tutti chierici - dalla minacciosa doppia natura storico-allegorica, come Sedicyon – also Stevyn Langton or the Monke (Sedizione ovvero Stevyn Langton o il Monaco), Privat Welth – also Cardynall Pandulphus (Interesse Privato ovvero il Cardinale Pandulphus), Usurpid Power – also The Pope (Potere Usurpato ovvero il Papa). Proprio questa doppia natura dei personaggi clericali testimonia l’irruzione della storia nel mondo allegorico dell’interlude. È assai significativo il fatto che l’atto di nascita del dramma storico avvenga in coincidenza con un’operazione propagandistica ad ampio raggio che vide una compagnia di attori al servizio della corte rappresentare King Johan in molte città inglesi. Si può allora anche comprendere meglio, in questo modo, come il fatto che il remake di Shakespeare, King John (1596), sia tutt’altro che ostile al clero, sia spesso citato come un indizio delle simpatie cattoliche del Bardo.

Possiamo quindi supporre che, sulla scorta di questi precedenti, Norton e Sackville conoscessero l’efficacia retorica della commistione tra interlude e materia storica, ma temessero che proprio questa natura retorica rappresentasse un freno alla trasmissione del senso di terribilità dei pericoli che, secondo loro, avrebbero minacciato il regno, nel caso Elisabetta I non avesse fatto chiarezza. Avendo sperimentato in prima persona, nell’ambito del loro cursus studiorum, la vocazione all’orrore del teatro di Seneca (del quale ignoravano la natura eminentemente letteraria), forse hanno pensato che se fossero riusciti a scrivere un dramma in grado di conciliare l’efficacia espositiva dell’interlude storico con la presa emotiva della tragedia senecana avrebbero raggiunto il loro obiettivo. Come si è visto, non vi riuscirono; ma diedero il via a una delle fasi più alte della storia del teatro e forse contribuirono a convincere ulteriormente la regina del fatto che un dosato ‘mix’ di suggestioni allegoriche, mito, storia e arte della rappresentazione avrebbe potuto diventare la base di una poderosa macchina di propaganda.

Il culto di Condom – L’Africa: «Dove c’è il divertimento»!

29 agosto 2009

 

L’uomo vive dei suoi problemi e muore delle sue soluzioni

(Nicolás  Gómez Dávila, Escolios a un texto implicito)

 

 

La presenza in Italia del prof. Edward Green, direttore dell’AIDS Prevention Research Project alla Harvard University, che in questi giorni ha partecipato al ”Meeting per l’amicizia fra i popoli” di Rimini, mi spinge a completare il discorso sul culto di Condom (impostato qui), tornando sugli eventi dai quali aveva preso le mosse. Come si ricorderà, la mia passione per lo studio antropologico del culto del dio Condom è nata in occasione del viaggio del Papa in Africa – per la precisione in Camerun e in Angola -, svoltosi tra il 17 e il 23 marzo scorsi. I fatti sono noti, ma, a mesi di distanza e a mente fredda, è consigliabile ripercorrerli, per comprendere meglio gli effetti che il culto idolatrico in oggetto produce sui singoli adepti e sulle masse di fedeli.

In occasione del viaggio di andata in aereo, B.XVI accetta volentieri di rispondere ad alcune domande ‘libere’ (nel senso di non concordate in precedenza) dei giornalisti presenti. Uno di questi, Philippe Visseyrias di France 2, chiede al Papa un parere sul fatto che la posizione della Chiesa sul modo di lottare contro l’Aids in Africa venga dai più considerata “non realistica e non efficace”. Risposta:

«Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. […] Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi: sono necessari, ma se non c’è l’anima che sa applicarli non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro; la seconda, una vera amicizia, anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi.»

[qui il testo integrale della risposta - e dell'intera intervista -; qui la videoregistrazione delle parole incriminate]

Come si ricorderà, sono subito seguite innumerevoli reazioni scandalizzate: politici, ‘esperti’, opinion makers, cantanti, comici, nani e ballerine non hanno mancato di stracciarsi pubblicamente le vesti. Secondo una prassi ormai sovrana nel mondo della comunicazione, la stragrande maggioranza delle persone che sono intervenute lo hanno fatto concentrandosi solo sulle quattordici parole riguardanti i preservativi, decontestualizzandole sia rispetto al resto della risposta, sia rispetto alla specifica natura del continente alle quali erano riferite (l’Africa), sia rispetto alle prassi poste in atto per affrontare il problema dalla Chiesa o da oganizzazioni ad essa legate. Se si legge un compendio delle reazioni suscitate a vari livelli, si può notare come le critiche possano essere in gran parte ridotte a giudizi apodittici, prodotti da chi fa delle affermazioni, sentendosi esentato dall’onere della prova.

Le critiche istituzionali sono arrivate da esponenti politici di Paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Spagna, da deputati del Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea. Ad esempio, Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese ha affermato che il Papa «rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa». Prima di lui, Eric Chevallier, suo portavoce, aveva dichiarato: «la Francia esprime la sua più viva inquietudine per le conseguenze delle dichiarazioni di Benedetto XVI. [...] Anche se non è nostro compito giudicare la dottrina della Chiesa, crediamo che tali dichiarazioni mettano a rischio le politiche della salute pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana». In Belgio è stato addirittura il Parlamento nazionale ad approvare una risoluzione di protesta ufficiale, dove le dichiarazioni del Papa sono state definite «inaccettabili». Tipicamente tedesca la reazione congiunta dei due ministri del governo Merkel, Ulla Schmidt (salute) e Heidemarie Wieczorek-Zeul (cooperazione economica e sviluppo) che hanno affermato all’unisono che, nella lotta all’AIDS «i preservativi giocano un ruolo decisivo» e «salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti», e che «una moderna cooperazione allo sviluppo deve dare ai poveri l’accesso ai mezzi di pianificazione familiare e tra questi rientra in particolare anche l’impiego dei preservativi; tutto il resto sarebbe irresponsabile». Lo specchiato parlamentare europeo tedesco Daniel Cohn-Bendit ha sentenziato: «è quasi un omicidio premeditato, adesso ne abbiamo abbastanza di questo papa».

Da notare la completa mancanza di reazioni da parte dei governi africani che pure, dovrebbero essere i più colpiti dai paventati danni provocati dalle parole del B.XVI. Evidentemente gli africani sono considerati dagli europei alla stregua di soggetti incapaci di intendere e di volere e dunque bisognosi di ‘tutori responsabili’ che parlino per loro. Vale la pena ricordare forse che Francia e Belgio, in particolare, hanno una lunga tradizione di (per loro) “proficui rapporti” con l’Africa, non certo interrottasi alla fine dei processi di decolonizzazione. È quindi normale che quando si parli di Africa loro si sentano chiamati in causa in prima persona. Sarebbe stato allora interessante che i politici in questione si fossero soffermati anche su altre parole del Papa; ad esempio, quelle sui soldi che da soli non bastano, ma «sono necessari». Come ricorda Riccardo Bonacina, la vocazione filantropica di questi Paesi nei confronti degli africani appare quanto meno ‘intermittente’:

«A salire in cattedra, oggi, infatti sono stati gli stessi responsabili di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua [...] “I Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015, a partire dai livelli del 2004 – si legge nel Development Cooperation Report pubblicato in questi giorni – ma le proiezioni dell’OCSE rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi ciascun anno. I numeri sono abbastanza eloquenti: tra 2006 e 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007”.»

Come si vede, i più ‘insolventi’ sono proprio i Paesi storicamente più colonialisti che sono anche quelli da cui sono arrivate le reazioni più indignate alle parole del pontefice. Molto meglio aiutare gli africani ”in natura”, riempiendoli di preservativi… Cure gratis? Usino i profilattici e non avranno bisogno di curarsi!

È interessante constatare come il dio Condom riesca a fare il miracolo di far andare d’amore e d’accordo persino la ‘contro-informazione’ e i governi. Significativo, in questo senso, tra i molti che si potrebbero citare, l’esempio del blog di Beppe Grillo. Chi conosce lo stile del ‘comico-predicatore’ genovese può sorprendersi del fatto che su questo argomento, derogando in maniera vistosa dal suo modello di ‘teatro civile d’inchiesta’, faccia una serie di affermazioni mai supportate da alcun dato. Di fatto il contenuto del suo post, dal punto di vista argomentativo, non va al di là del titolo: Condom e così sia. D’altronde, solo la forza del culto di Condom può spiegare fenomeni altrimenti ineffabili, come il fatto che tra quelli che si sono scagliati più duramente contro il Papa ci siano coloro che odiano le multinazionali e che promuovono campagne di sabotaggio per colpirne gli interessi. Di norma, a sentirli parlare, si direbbe che le multinazionali siano il male assoluto: per loro vanno colpite e affondate. Tutte!… Salvo naturalmente quelle del dio Condom che invece vanno sostenute in ogni modo, anche quando utilizzano i soldi pubblici delle “pubblicità progresso” per trasmettere il messaggio che l’uso del loro prodotto è l’unico modo per non prendere l’Aids. Il dio Condom, d’altronde, ha per i suoi adepti il potere miracoloso di redimere chiunque. Chiunque! Persino colui del quale non si può dire che male, pena l’isolamento sociale o – in alcuni Stati – il carcere. Qui, ad esempio, si legge:

«Il Führer – in quanto socialista – naturalmente era un sostenitore dell’”emancipazione” e della lotta ai “pregiudizi sessuali borghesi”. Per questo la vendita iniziale di 25 milioni di preservativi l’anno (nel 1922), durante il Terzo Reich aumentò fino a 70 milioni di pezzi. Julius Fromm [il produttore di profilattici, di origini ebraiche] fece così issare in fabbrica le bandiere hitleriane e i ritratti di Adolf Hitler. Gli hitleriani non erano però interessati all’appoggio dato loro dal facoltoso uomo ebreo e decisero di prendersi la fabbrica. Nel 1936, nel quadro dell’aberrante politica di “arianizzazione” (“Arisierung”), Julius Fromm fu costretto a vendere le proprie fabbriche ad una certa Elisabeth Edle von Epenstein-Mauternburg, la madrina di Hermann Göring. Una volta assunto un carattere “nordico”, i profilattici divennero uno dei più importanti gadgets della cultura sessuale nazional-socialista.»

Da notare lo splendido inciso: “in quanto socialista”, che viene alla fine ribadito dalla desueta versione estesa dell’aggettivo “nazista”. Il compagno Adolf era sì il male assoluto, ma anche lui ha avuto i suoi momenti di coscienza civica!

Si dirà: facile ironizzare su politici, ‘contro-informatori’ d’accatto e comici; B.XVI è stato messo sotto accusa anche dal mondo scientifico. In effetti, tra tutte le reazioni, una delle più virulente è arrivata dalla prestigiosa rivista scientifica britannica «The Lancet». In un editoriale pubblicato sul numero uscito il 28 marzo 2009, Redention for the Pope?, si afferma che nel suo giudizio sui preservativi, il Papa «ha pubblicamente distorto le prove scientifiche» al punto che «non è chiaro se l’errore del Papa sia dovuto ad ignoranza o se sia un deliberato tentativo di manipolare la scienza».

Per uno strano scherzo del destino, nel 2000, proprio la rivista «The Lancet» pubblicò un importante studio sull’efficacia del preservativo come strumento di lotta contro l’Aids. Si tratta di Condoms and seat belts: the parallels and the lessons di John Richens, John Imrie, Andrew Copas. Imprevedibilmente, le conclusioni appaiono più in linea con le affermazioni di B.XVI che con quelle che si trovano nell’editoriale! Il punto controverso è la definizione del concetto di ’efficacia del preservativo’ in relazione a un fenomeno che nella letteratura scientifica è noto come ‘compensazione del rischio’. Da una parte è ovvio che il profilattico, sul singolo rapporto sessuale, diminuisca notevolmente la possibilità di un contagio. D’altro canto, lo studio dimostra come l’utilizzo del preservativo, proprio in virtù della sua presunta ‘infallibilità’, porti le persone ad aumentare il numero dei rapporti sessuali e dei comportamenti sessuali potenzialmente rischiosi (ad esempio moltiplicando il numero dei partner). Se quindi da un lato si guadagna in sicurezza grazie alla barriera di lattice, dall’altro si perde, proprio in funzione della presunta “efficacia assoluta” della barriera medesima.

Nel caso dell’Africa, dove – come già si diceva nell’altro post -, per una serie di motivi climatici, sociali e culturali, l’efficacia della barriera di lattice si riduce notevolmente, anche se gli studiosi non sono concordi sull’entità di tale riduzione. Nel caso di un corretto utilizzo, i più ‘ottimisti’ parlano di un 90% di efficienza, mentre i più ‘pessimisti’ sostengono che essa sia di poco superiore al 70%. Per una buona parte degli studi, il valore sarebbe quantificabile in un 80%. Il che può far comprendere il motivo per cui, in Africa, la bilancia tra la riduzione a l’aumento dei rischi, penda decisamente da quest’ultima parte. Chi non avesse particolare dimestichezza con le percentuali può riflettere sul fatto che, in media, il preservativo non può impedire che il virus venga trasmesso dopo cinque rapporti sessuali. Anche volendo, per assurdo, prescindere dal fondamentale discorso della ‘compensazione del rischio’, si dovrebbe prendere atto che il preservativo è in grado al massimo di rallentare l’epidemia, non certo di sconfiggerla. D’altro canto, sarebbe interessante capire se i fautori del dio Condom, ad esempio, salirebbero mai su un aereo che una volta su cinque non arriva a destinazione.

Quando il Papa parla di “aumento del problema” si riferisce non tanto o non solo al preservativo in sé, ma al culto di Condom, cioè a come il profilattico viene promosso, distribuito e ‘venduto’, spacciandolo per rimedio sicuro e promessa di felicità. Se ci si affida completamente e unicamente al profilattico e alle campagne pubblicitarie che ne incoraggiano l’uso, il rischio di contagio aumenta.

D’altronde le affermazioni di B.XVI non riguardano concetti astratti, ma situazioni reali e, come tali, sono verificabili. Ciò che mi ha colpito sin dal primo momento è che in tutte le dichiarazioni di coloro che hanno polemizzato contro di lui non ho letto una sola citazione di uno studio che dimostri che in qualche Paese africano il semplice aumento del consumo di profilattici abbia portato ad una diminuzione del numero di persone infettate dal virus dell’Hiv (le ‘evidenze scientifiche’ citate sono legate solo all’efficacia ‘meccanica’ dei profilattici). Se le affermazioni del Papa sono davvero “insensate e criminali” c’è un modo sicuro per verificarlo. Siccome la Chiesa in questo campo fa quello che dice, nel senso che mette in pratica la ‘ricetta’ evocata da B.XVI nell’intervista, basta analizzare l’evoluzione della malattia negli Stati africani a più alta concentrazione di fedeli cattolici. Se il Papa ha torto, in quesi Paesi la diffusione dell’Aids negli ultimi anni dovrebbe essere molto aumentata, a causa dell minore utilizzo di preservativi.

Questi dati quantitativi – a suo tempo pubblicati on-line dal sito tedesco kreuz.net e ripresi nei blog di Guido da Cocconato e Roberto Manfredini -, al contrario, evidenziano in modo inequivocabile che i Paesi nei quali si registra la più alta percentuale di cattolici, sono quelli con la più bassa percentuale di infetti!

Complementarmente, altri dati dimostrano che i Paesi africani nei quali si sono distribuiti più preservativi, sono quelli nei quali aumenta il numero di malati di Aids. 

I due Paesi che rappresentano i casi estremi sono interessanti case studies.

Lo Swaziland è uno degli Stati africani con la più bassa percentuale di cattolici (5%); d’altro canto è anche uno dei Paesi africani dove sono stati spesi, in proporzione, più soldi in preservativi e campagne di promozione e informazione. Il risultato è l’agghiacciante dato che vede la percentuale di persone infette superare ampiamente il 40%. Poiché i ‘devoti di Condom’ non hanno altro dio all’infuori di lui, la spiegazione che viene da loro data all’aumentare del numero dei malati è che i preservativi non sono presenti sul territorio in numero sufficiente e non sono abbastanza “popolari” tra gli autoctoni (cosa sicuramente vera; il problema è comprendere il perché…).

 

In Uganda invece è presente un’alta percentuale di cattolici (36%), suportata da un’altrettanto importante presenza di cristiani protestanti evangelici che seguono una morale sessuale in tutto e per tutto simile a quella promossa dalla Chiesa cattolica. In questo Paese, è stata promossa dalle chiese e dalle organizzazioni cristiane – sia cattoliche che evangeliche – e sostenuta dal governo del presidente Yoweri Museveni una strategia per combattere l’Aids, denominata ABC. Dove A sta per Abstinence (Astinenza), B per Being faithful (essere fedeli) e C per Condom use. Come si vede l’uso del preservativo non è escluso a priori, ma considerato l’extrema ratio, essendo una via meno sicura per evitare il contagio rispetto alla castità e alla fedeltà coniugale. L’efficacia di questa strategia può essere definita straordinaria, ove si pensi che in Uganda all’inizio del percorso, nel 1987, la percentuale di persone contagiate dal virus dell’Hiv era del 21% e che nel 2000 questa era scesa al 6,4%! Oggi il valore si sta avvicinando al 3% ed è quindi in linea con quello dello Stato di Washington, cioè il luogo sulla terra in cui si consumano più profilattici. Questo grande risultato, dovuto a un radicale cambiamento degli stili di vita ottenuto soprattutto grazie all’azione coordinata delle ‘agenzie educative’ laiche e religiose, è costato all’Uganda circa 23 centesimi di dollaro pro capite.

Il caso dell’Uganda è significativo anche per mostrare, una volta di più, la natura tribale e la cieca intolleranza che contraddistinguono il comportamento degli adepti del dio Condom. Nel 2005 infatti, quando i risultati della campagna ABC erano già stati ampiamente confermati da studi scientifici, l’ONU, nella persona del suo “rappresentante speciale per l’Aids” Stephen Lewis, mise sotto accusa il governo ugandese, sospendendo l’erogazione dei contributi per la lotta contro il contagio dell’Hiv. I capi d’accusa formulati da Lewis contro l’Uganda – ripresi e sostenuti dai maggiori quotidiani liberal occidentali – erano:

«penuria di profilattici distribuiti gratuitamente che avrebbe costretto i consumatori a ricavare condom di fortuna da sacchetti di plastica per l’immondizia(!), caro-prezzi dei profilattici in vendita, negazione delle informazioni sull’utilizzo dei condom ai bambini delle scuole elementari(!), eccessiva pubblicità delle campagne per l’astinenza sessuale promosse da Janet Museveni»

Per la cronaca, la first lady Janet Musaveni, una cristiana evangelica piuttosto grintosa, fece affiggere nelle città del Paese dei manifesti in cui si affermava che l’efficacia del profilattico era solo dell’80% e che di conseguenza l’unico modo per esser certi di non essere contagiati era la castità. Come fece notare Rodolfo Casadei:

«Inutilmente ministri e ambasciatori ugandesi hanno cercato di spiegare che la penuria c’era stata a causa del ritiro dal mercato di un prodotto che presentava seri problemi, che 65 milioni di profilattici erano nel frattempo diventati disponibili e altri 80 milioni sarebbero arrivati. Avendo fatto l’errore di premettere alle loro dichiarazioni che “sì, noi riconosciamo che i condom riducono il rischio ma riconosciamo anche che non lo eliminano”, e avendo dietro di sé un presidente come Yoweri Museveni che al summit dell’Onu sull’Aids a Bangkok nel 2004 aveva detto di preferire “relazioni ottimali basate sull’amore e la fiducia alla diffidenza istituzionalizzata, che è l’ambito del condom”, sono stati trattati come mentecatti. Le Monde ha sentenziato che il successo dell’Uganda nel ridurre il tasso di positività dal 15 per cento degli adulti nel 1992 al 6 per cento di oggi, unico paese africano fino ad oggi a riuscire nell’impresa, “si fonda sull’utilizzo dei preservativi”.»

Ciò a ulteriore dimostrazione di come l’unica preoccupazione dei condomiti sia quella di glorificare il loro dio e diffonderne il culto, a prescindere dal fatto che i profilattici siano o meno efficaci nel contrastare l’Aids! Se poi la realtà dimostra che Condom è inefficiente, allora essa va travisata o taciuta. Quando ciò è impossibile si dirà che Condom ci punisce perché non si crede abbastanza in lui.

Si comprendoro meglio, allora, le parole che il prof. Green ha recentemente pronunciato al Meeting di Rimini (e riportate dall’agenzia Zenit) e nelle interviste rilasciate a margine del suo intervento (qui si farà riferimento a quelle pubblicate da Tempi.it e da ilsussidiario.net):

«La diffusione dell’AIDS nel mondo sta diminuendo e il tasso di nuove infezioni sta scendendo ormai da circa undici anni. Questa discesa è stata finalmente riconosciuta da UN AIDS nel 2007. Il continuare ad affermare che la diffusione dell’AIDS diventava sempre peggiore serviva a ottenere sempre più soldi (in effetti, l’AIDS in Africa raggiunse il suo picco attorno al 2000). Vi sono tuttavia alcuni Paesi in cui l’AIDS continua a crescere e gli Stati Uniti sono tra questi. E così l’America [e, direi, non solo lei...] continua a presentare agli africani il proprio metodo, a dir loro cosa debbono fare, e noi non abbiamo risolto il problema nel nostro Paese. Dovremmo invece andare in ginocchio in Uganda a imparare. Vi sono altri Stati in Africa in cui l’AIDS continua a diminuire, come Zambia, Kenya, Zimbabwe, Etiopia, Malawi, e in ognuno di questi casi la proporzione di uomini e donne che dichiarano di avere più di un partner sessuale è diminuita significativamente qualche anno prima che si riscontrasse la discesa nella diffusione della malattia.»

Queste parole sono particolarmente importanti, perché Green, oltre a non appartenere ad alcuna chiesa, è il prodotto di un’educazione e di un ambiente dove il culto di Condom è molto forte:

«Io provengo dalla pianificazione famigliare, ambienti in cui la Chiesa cattolica è vista come un nemico e si pensa che se si è d’accordo con i programmi ABC [...] si è un sostenitore di Bush.»

Lui stesso, all’inizio della carriera, era un convinto assertore del profilattico come unico strumento efficace per contrastare l’Aids. Ora invece più di venticinque anni di ricerche sul campo l’hanno persuaso che i preservativi possono essere utili solo nei casi in cui l’epidemia non è diffusa su tutto il territorio nazionale, ma ha un centro di ‘irradiazione’ identificabile col mondo della prostituzione: 

«Ottenni personalmente una certa fama con la mia azione nei Caraibi e nella Repubblica Dominicana nel 1988. Lì il problema era concentrato tra le prostitute e il programma di distribuzione di preservativi molto consistente. La mia valutazione di queste iniziative e quanto scrissi su di esso mi catapultò su tutti i media. Ma quando tornai dalla mia prima settimana in Uganda e parlai di quanto avevo visto, tutti gli esperti al di fuori dell’Uganda mi diedero torto. Quando fui sicuro che i tassi di infezione stavano scendendo, decisi di far guerra alla mafia dell’AIDS. C’è un articolo del 2001 su Forbes in cui dichiaro la mia jihad»

La malattia va combattutta soprattutto con l’educazione e la responsabilizzazione delle persone:

«L’Uganda non aveva soldi per le medicine e il presidente disse che non potevano avere neppure medicine contro la malaria o perfino l’aspirina [i famosi "mentecatti" ai quali l'ONU avrebbe poi tolto i fondi]. Impossibile quindi avere preservativi per tutti e perciò non potevano essere la soluzione, che stava invece in parole come rispetto per tua moglie, rispetto per tuo marito, che i bambini rimanessero tali rimandando l’inizio delle esperienze sessuali, perché c’è un mucchio di tempo dopo, da adulti, per il sesso. E poi facendo sì che la gente avesse paura di contrarre l’AIDS. Tutto questo è contrario all’approccio abituale verso l’AIDS basato sul fatto che il sesso è divertente. Attualmente il Paese in cui il tasso di infezione è più alto è il Swaziland, dove la pubblicità recita: “Preservativi: dove c’è il divertimento”.»

Inevitabile, a questo punto, un commento sulle parole di B.XVI:

«Direi che il Papa probabilmente pensa che i preservativi non siano la risposta in nessuna parte del mondo, mentre io sostengo, su base scientifica, che hanno funzionato in alcuni Paesi come Thailandia e Cambogia [Paesi dove il contagio parte dalle prostitute]. La ragione per cui affermai pubblicamente il mio accordo con il Papa fu perché non parlò di astinenza, ma di responsabilità, di fedeltà, di matrimonio. Personalmente non sarei intervenuto, ma mi fu chiesto da un paio di giornali e dissi che il Papa aveva sostanzialmente ragione, anche se sapevo che la sua affermazione che i preservativi potevano peggiorare la situazione avrebbe sollevato pesanti critiche. Bene, di fatto per anni si è vista una correlazione tra aumento dell’uso dei preservativi e aumento dei tassi di infezione, e gli ammalati di AIDS tendono a essere utilizzatori di preservativi.»

Ovviamente queste posizioni sono inconciliabili con il culto di Condom. Per cui, nonostante Green non sia mai stato ‘protestato’ dalla sua università, è stato reso noto che l’Hiv Prevention Research Project ad Harvard non sarà rinnovato. Gli viene chiesto se ciò accade a causa delle sue idee ‘politicamente scorrette’… 

«Preferisco non rispondere. È meglio che chieda a qualcuno di Harvard cosa pensano.»

A chi gli fa notare che «è strano che in un’epoca dove la scienza sembrerebbe intoccabile e indiscutibile vi sia un così deciso rifiuto a discutere dati scientifici», risponde:

«Sto scrivendo due libri sull’Aids, uno dal titolo AIDS and Ideology e il secondo AIDS and Behavior. Nel primo in particolare in particolare sostengo che se le cose non sono cambiate è in parte perché c’è un’industria di parecchi milioni di dollari l’anno che vuole continuare a esistere, e in parte per la persistente ideologia per la quale la libertà sessuale è più importante della vita umana.»